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Avoledo: Mare di Bering
Giuseppe Genna, I Miserabili, 11.11.2003
www.miserabili.com
Adesso esagero. Ho già scritto recensioni prima di finire un libro, ma almeno ero arrivato come minimo a cento pagine. Qui, invece, mi produco in considerazioni che non sono assolutamente una recensione, a partire dalla lettura di quaranta pagine. Va presa in questo modo: sto parlando di un granello di sabbia mentre passeggio su una spiaggia: vedo la spiaggia, so già all'incirca di che sostanza è fatta, posso già affermare qualcosa circa la grana renaria, ma ancora devo fare esperienza della spiaggia stessa: ci devo stare, vedere chi c'è, provare il mare, stendermi al sole. Ecco, posso già dire che è una spiaggia splendida e che c'è un sole maturo, caldo, che fa stare bene. E' una coccola avventurosa, tropicale. Nonostante il titolo del libro in questione, che evoca esperienze raggelanti: Mare di Bering, il nuovo romanzo di Tullio Avoledo, che ho appena iniziato a leggere.

Non posso parlare della trama, che riesco a indurre dalla quarta di copertina, la quale pubblico subito dopo quest'ulteriore considerazione: mi preme anticipare i tempi e parlare di Avoledo perché, secondo me, qui abbiamo di fronte un autore che davvero sa prendere alla gola con tutti gli strumenti dell'immaginario, e che batte qualunque fiction televisiva o cinematografica con un secco cappotto. Insieme a Evangelisti, mi pare, abbiamo in Italia ora un autentico scrittore di fantastico: un fantastico puro, un infinito intrattenimento.
Ora, per fare capire all'incirca di cosa sto parlando, riporto la quarta di copertina del Mare di Bering di Avoledo: "Con Mare di Bering Tullio Avoledo ci trasporta in un mondo simile al nostro, diverso dal nostro – è un prossimo futuro, forse ci siamo già dentro e non ce ne siamo accorti – nel quale l’Europa non è esattamente come la conosciamo, la moneta circolante è il “nuovo euro”, e a Reykjavik si sta preparando il congresso mondiale delle first ladies: a cui peraltro, essendo ormai il potere politico quasi solo in mani femminili, partecipano per lo più maschi. Su questo sfondo si muove una folla di personaggi ordinari e bizzarri, ciascuno preso dalla sua personale vicenda: un amministratore delegato di mezza età, che vuole a tutti i costi una laurea honoris causa per la sua giovane amante; due sgangherati mafiosi del tutto ignari di lavorare per colui che dovrebbero far fuori; un ex eroe della beat generation animato da sentimenti rivoluzionari; un giovanotto che campa gestendo un’agenzia, ovviamente illegale, che procura tesi di laurea preconfezionate a chiunque ne abbia bisogno; una coppia che si ama, si ama tantissimo, e tuttavia litiga in continuazione nel sospetto di reciproci tradimenti… Con la sicurezza, la disinvoltura e la rapidità del grande narratore, Tullio Avoledo si diverte, facendo divertire il lettore, a far incontrare, sparire, alleare, fuggire, ricongiungere i suoi personaggi, stringendo le loro vicende fino a uno scioglimento rivelatore, inatteso, e a dir poco esplosivo. E, in controluce, fa intravedere una rappresentazione amara e feroce di ciò che il nostro mondo, se non è ancora, sembra destinato a diventare ben presto. Le qualità che hanno fatto apprezzare L'elenco telefonico di Atlantide, caso letterario del 2003, si ritrovano tutte in Mare di Bering: l’ironia micidiale, la passione quasi animale per l’avventura, il gusto di rendere credibili gli eventi più improbabili, la scrittura asciutta e veloce".
Ho volutamente omesso l'ultima frase dell'aletta, perché vorrei ragionarci sopra. Eccola: "Tullio Avoledo si conferma come lo scrittore italiano che più ama i suoi lettori". Questo è vero e questo è molto equivoco. Bisogna comprendere gli scrittori: amano fare male, se non sempre farsi male, scarnificare, se non scarnificarsi. La gioia e il dolore sono strumenti chirurgici della conoscenza e dell'esperienza non soltanto del mondo, ma della letteratura in sé. Non sto alludendo a supposti lieto fine. Conosco persone che stanno fisicamente male a leggere i Canti del caos di Moresco.
Evangelisti, per avvicinarci alla zona del fantastico allegorico, è perfidia allo stato puro. Pincio non si capisce se voglia bene o meno ai suoi lettori: mi pare tutto teso a un'esperienza che, lungi dall'essere autistica, è sicuramente epidermica: pelle del fantasma, intendo - il che è distante dalla questione affettiva. Covacich vorrà bene ai suoi lettori? Sì e no, comunque è allucinante quello che accade nel suo ultimo romanzo, A perdifiato. E Scarpa? Eh, Scarpa è buono, il che non toglie che sia un enorme figlio di puttana. Non parliamo del direttore di collana di Avoledo, giulio mozzi: è agghiacciante, amorale nel senso che è ultramorale. E Janeczek? Uno si legge Cibo, e poi mi sa dire quanto Janeczek vuole bene a se stessa e ai suoi lettori: sì, vuole un bene, ma assoluto, che tiene in sé il male. Michele Mari? Tutto il ferro della Torre Eiffel è una demonologia. Wu Ming è un caso a parte: lì c'è una tensione al fare che spesso spacca completamente l'ideologia dell'emotivo, c'è da fare fuoriuscire un emotivo più sotterraneo, preternaturale, quasi. Avoledo, invece, vuole proprio bene ai suoi lettori. E' un limite felice della scrittura di Tullio Avoledo: sembra esserci la metà oscura del mondo, si annuncia con ucronie (nel Mare) o rappresentazioni del più inquietante esoterismo (nell'Elenco) - però non è vero. La scrittura è calda. Avoledo è un allestitore di tappeti volanti. Ha qualcosa del genio, ma della Lampada più che di Einstein.
Affermando questo, non voglio negare che esista un livello sotterraneo, fatto di strutture cavernose e labirintiche e da leggersi con cautela, nei romanzi di Avoledo. Credo, però, che non sia epidermide, qui, ma sapienzialità a parlare: una sapienza molto molto antica, che fa perno, questa sì, su qualcosa a cui appiccichiamo un'etichetta di comodo, quella del paranormale. Per parlare il lessico induista, i romanzi di Avoledo sono estratti dallo spazio pranico in cui si muovono i nostri ultracorpi. Sembra new age, la questione, ma non lo è: è da approfondire e magari, nei prossimi giorni, finito il libro, chiedo ad Avoledo in un'intervista se si tratta di una mia impressione o se sono cose di cui si può parlare.
Concludo questa preincursione, che è gioiosamente scapestrata. Leggere questo romanzo di Avoledo è bellissimo. E' divertimento allo stato quintessenziale. Nel senso letterale del termine: è fantastico. E' proprio un piacere di pelle, mi sembra di essere quando, piccolino, leggevo Papillon. E' davvero l'infanzia del desiderio, dell'emozione, della foga che sgorga, della fretta divorante e libidica che stanno potterizzando. Sia chiaro: opinione mia, surrogata soltanto dalle mie scariche sinaptiche. Per dirla tutta: stasera ho un appuntamento importante (di cui parlerò domani su questo sito) e invece vorrei stare a casa a leggermi il Mare di Bering. Ripeto, non è una recensione: è pura sensazione. Di cui, francamente, devo ringraziare questo scrittore.
Ad uso dei curiosi, mi permetto di copiare alcuni passi del libro. Si tenga presente che io odio battere testi, cerco sempre di recuperare testi digitalizzati. E' l'unica testimonianza verace di trasporto che, a parte le mie parole, posso dare del piacere suddetto: le parole di Avoledo. Parlano un venditore di tesi di laurea già pronte e un cliente:

- Cosa? Vuole vendermi la tesi di un malato di Ebola?
- Non è precisamente quello che ho detto. Adesso...
- E che tesi del cazzo sarebbe?
- Aspetti che glielo dico. Ecco: Le cisterne nabatee. Prospettive per la loro resurrezione in aree a rischio di desertificazione.
All'altro capo del telefono cade un silenzio in cui mi sembra di sentire il cigolio del cervello di Capuano. Guardo il calendario di "Max" appeso alla parete. La cravatta mi stringe il collo come un cappio.
- Che cazzo sarebbe una cisterna nabatea? - sibila Capuano.
- Nabatea. Ha presente Petra?
- La pornodiva?
Sospiro. - La città. Quella antica. Quella dei canyon di roccia rosa, che si vede in quel film di Indiana Jones, il secondo o il terzo. Il terzo, mi pare.
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