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L’albero della Resistenza
Giorgio Boatti, TTL La Stampa, 15.11.2003
Come l’Italia mite e contadina di don Luisito Bianchi scelse la lotta partigiana, senza vendette postume

"La messa dell’uomo disarmato": l’autore, ora cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone, nel Milanese, rievoca l’8 settembre e i mesi successivi. Alla guerra civile parteciparono alcuni monaci disposti a tutto, anche a seguire le bande nei durissimi inverni e negli scontri col nemico”
Negli eventi che risalgono alla stagione della Resistenza si intrecciano – e confliggono - così tanti fili delle nostre identità che ogni "new entry" cartacea, ancora prima di giungere in libreria, ha già perduto l'innocenza. Ci sono però eccezioni: nello stratificarsi di testi apparsi - su, attorno, per, contro la Resistenza - La messa dell'uomo disarmato, di Luisito Bianchi, si apre al lettore con uno spiazzante procedere che, anziché ulteriormente saturare, ripulisce l'orizzonte.
Luisito Bianchi – sacerdote dal 1950, prete e operaio per molti anni e ora cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone - avvia le sue prime duecento pagine con cadenza lentissima. Porta ad un mondo contadino, dentro la vita di una cascina, la Campanella, non molto distante dall'abbazia benedettina dove accadranno molti degli eventi di questa vicenda. Sono miniature di un vivere imbozzolato nel tempo, dove l'eco della grande politica, degli scontri e conflitti che muovono la Terra è remoto; Bianchi ci conduce ad un mondo semplice e levigato, quasi convinto che, trattenendo il respiro, ci si possa sottrarre all'urto dei dominatori.
Ovviamente non è così. Ma questo inizio - questo orizzonte largo e lento e trasognato, alla Ernst Wiechert di Missa sine nomine e de La vita semplice – è indispensabile. Oltre a scoraggiare nel proseguire qualsiasi collezionista di verità "prendi e fuggi" crea una zona di rispetto. A protezione dei temi, dei nodi che davvero contano e che verranno.
I fatti si muovono: col ritorno dei soldati della campagna di Russia, nutriti di odio antitedesco. Poi con l'arrivo di Piero, tenente medico reduce dalla Grecia. Giunge la giornata dell'8 settembre. Pagine densissime: e da qui, ad ogni pagina, comincia ad emergere quella che gli storici hanno chiamato la "zona grigia". O la "zona bianca". Un'Italia mite e pacifica, che però – qui - non attende più. Si avvia in un cammino che dalla porta di casa, dalla strada del proprio paese, conduce ai crinali e alle vallate che vedranno lo svolgersi della lotta partigiana. E a questa parteciperanno anche alcuni monaci dell'abbazia, disposti a tutto, anche a seguire le bande nei durissimi inverni e negli scontri col nemico. E non mancherà l'abate: messo a morte durante un'irruzione delle SS contro i "banditi" nascosti tra le vecchie mura del monastero.
Non c'è in questa lotta, invece, il giovane protagonista che, solo a Resistenza conclusa, ritorna all'abbazia al centro della narrazione. E dalla quale è uscito all'inizio dei fatti: per andare a lavorare nei campi dei suoi genitori, alla Campanella.
Per lui comincia la ricerca più difficile: quella - come dice – di dare "il perdono a me stesso per non aver partecipato al grande avvenimento, per non essere morto in quei giorni.... finendo così coll'essere prigioniero di tombe altrui...".
Di lui il suo maestro di noviziato dice: "E' sottomesso, paziente, umile, purtroppo a queste virtù innate non fa riscontro un'intelligenza aperta ai nuovi tempi...". E il suo abate, con ironico affetto, gli domanda: "Perché non ti dimostri un poco più intelligente?".
Bella domanda e, attraverso Luisito Bianchi, arriva degna risposta che avvolge un bel pezzo della nostra Storia: "Ero sottomesso perché avevo avuto come maestro e abate la terra e per resistere ad un maestro simile bisogna sottomettersi. Mio padre s'era sottomesso, mio nonno s'era sottomesso, io dovetti sottomettermi. La terra non parla, non esprime desideri, ma bisogna egualmente obbedirle". Con la Storia, invece, è altra cosa. Come apprendono i suoi coetanei che, vestano da benedettini o la divisa partigiana, non possono eludere le questioni brucianti. Come quella che si pone al capo della formazione partigiana, ai primi scontri: "Se non avesse attaccato quel presidio, se avesse continuato nella sua tattica d'attesa, non avrebbero fucilato nessun innocente. Era sua, allora, la responsabilità di quel massacro?".
Il massacro - vale a dire la rappresaglia fascista che uccide ostaggi innocenti - avviene. E prende corpo anche la scelta attorno alla quale, con dolore e decisione, tutte le pagine di questo libro sono andate poi a sbocciare: "Se avverrà la fucilazione degli ostaggi, noi ci apposteremo sulla strada di ritorno dei fascisti dalla città e nessuno di loro ritornerà vivo al presidio. Alla rappresaglia risponderemo con un colpo più grave. Non ci deve essere pietà per gli assassini. Gli uomini approvarono".
Qualcuno, a proposito de La messa dell'uomo disarmato, ha già parlato di capolavoro. Forse se ne può dubitare senza scandalizzare nessuno. Altre sono le domande che sorgono davanti a un libro come questo che si mette alla prova intrecciando memoria civile e raccoglimento spirituale.
E se altra opera deve essere cercata che corrisponda, specularmente ma esattamente, sul versante laico, a quella di Bianchi la si trova nell'esile ma imprescindibile libretto, Banditi di Pietro Chiodi uscito da Einaudi. Nelle scarne pagine del filosofo - studioso e traduttore di Heidegger nonché professore del giovane Beppe Fenoglio - è fissata la tremenda esperienza della violenza, la vampa dell'hybris che convive con l'uomo tranquillo, il cittadino che è stato e che sarà pacifico ma che, davanti all'efferatezza del nemico, si trasforma in guerriero e combatte.
Proprio come fanno alcune delle principali figure che si muovono nel libro di Bianchi: non solo il tenente medico, fratello del protagonista. Non solo i contadini reduci dalle batoste di Grecia e di Russia, ma anche i monaci. E perfino un vescovo che sembra uscire dalle pagine dei martirologi dove i presuli s'oppongono ai pagani e ai barbari.
E poi gli ex partigiani che non accettano le vendette postume, contro i fascisti ormai battuti, di un sestetto di zelanti pseudoguerriglieri, freschi di sarto e di barbiere.
La resa dei conti viene impedita con le parole di Alibabà, il capo dei partigiani del piccolo paese di campagna, che della ventilata fucilazione degli ex nemici dice: "O siamo stati stupidi noi a non pensarci prima o loro - vale a dire i nuovi venuti - non hanno nessun diritto di fare quello che fanno". E dopo aver ben riflettuto conclude: "Io dico che non possiamo essere tutti stupidi. Tutto un paese non può essere stupido".

Luisito Bianchi – La messa dell'uomo disarmato (Un romanzo sulla Resistenza) - Sironi Editore - pp. 862 – 19Euro
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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