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La messa dell'uomo disarmato
Giuseppe Iannozzi, King Lear Libri, 14.11.2003
Kinglearlibri.splinder.it
Difficile raccontare “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi, un romanzo che si configura come alta Letteratura, Letteratura come non se ne vedeva dai tempi di Beppe Fenoglio, da quando fu dato alle stampe quello che è ormai un classico della storia italiana, “Il Partigiano Johnny”. Luisito Bianchi affronta la guerra, l’8 settembre 1943, il dolore con rigore scomposto, nervoso, ma sempre dignitoso, fortemente umano. Intendiamoci, Luisito Bianchi non è Fenoglio, ma non gli è da meno. E’ assurdo pensare come questo romanzo sia stato lontano dalle librerie per così tanto tempo, uno scritto esemplare che è circolato quasi clandestinamente tra pochi-tanti amici e che quasi per caso è stato notato e pubblicato. “La messa dell’uomo disarmato” circolò in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995; si può, a ragione, dire che il romanzo è già stato da molti letto e apprezzato al di fuori del consueto mercato librario, diffondendosi “di mano in mano, da amicizia ad amicizia”. Ma questa è un’altra storia, affascinante, ma che preferisco che a raccontarla sia qualcun altro. (Leggi Paola Borgonovo)  Ciò che mi preme è evidenziare come “La messa dell’uomo disarmato” è il vero caso editoriale degli ultimi vent’anni.  

Era l’8 settembre 1943 e con un messaggio alla radio del capo del governo Badoglio  viene resa nota la notizia dell’armistizio, firmato segretamente il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, dal plenipotenziario italiano generale Castellani e dal generale americano Smith. L'Italia piomba nel più totale caos. E in mezzo al caos quasi impossibile da governare, il Re Vittorio Emanuele III e Badoglio decidono che è giunta l’ora di abbandonare Roma: a bordo di una nave da guerra, da Pescara raggiungono Brindisi, nella zona già occupata dagli Alleati. Ed intanto l’esercito, lasciato in balia di sé senza aver ricevuto ordini precisi, quasi ovunque si dissolve. Nei giorni precedenti i tedeschi avevano fatto affluire rinforzi dal Brennero, occupando di fatto la penisola italiana, disarmando e catturando migliaia di militari italiani, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e sugli altri fronti, per avviarli alla prigionia in Germania. L’annuncio dell’armistizio è uno sfacelo per l’esercito italiano: si contano 60.000 morti e dispersi e almeno 550.000 deportati in Germania; pochi i superstiti, molti fuggono verso casa, molti prendono la decisione di consumare la loro vita a favore di bande partigiane, quelle che animeranno la “Resistenza”. E’ così che gli antifascisti mettono in piedi il Comitato di liberazione nazionale, chiamando il popolo “alla lotta e alla resistenza”. Da evidenziare che la notizia dell’armistizio era stata tenuta segreta per evitare la reazione dei tedeschi, in vista del progettato aviosbarco di truppe anglo-americane a Roma. "Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza", questo il proclama del generale Badoglio alla nazione. Tuttavia tutta l’operazione si rivela ben pretto grandemente rischiosa, e presto si decide per il suo annullamento: la Capitale, dopo una resistenza al limite delle forze e del coraggio, dopo una resistenza cui partecipano molti civili, cade nelle mani dei nazisti. Il 9 settembre gli Alleati sbarcano a Salerno, dove però rimangono bloccati alcuni giorni a causa della feroce resistenza che i tedeschi oppongono dalle colline che circondano la zona di sbarco, ritardandone l’avanzata verso nord. Il 10 settembre i tedeschi ottengono la resa dei contingenti italiani posti a difesa di Roma. Il 12 settembre il piano di invasione tedesco è concluso e il Paese è diviso in due zone, il Regno del Sud e l'Italia "occupata" al nord, dove - a seguito della liberazione di Mussolini, che avviene su ordine di Hitler - verrà costituita la Repubblica Sociale Italiana.

Ma chi è Luisito Bianchi? In breve: è nato a Vescovato, in provincia di Cremona, nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. La sua vita nutre la sua opera: è stato insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale. Attualmente svolge funzione di cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone (Milano). Ha pubblicato: Salariati (1968), Come un atomo sulla bilancia (1972), Dialogo sulla gratuità (1975), Gratuità tra cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino (2001), Sfilacciature di fabbrica (1970; riediz. 2002), Simon mago (2002). Con “La messa dell’uomo disarmato” pubblicato – finalmente – da Sironi nella collana indicativo presente , Luisito Bianchi ha consegnato “definitivamente” alla storia un altro pezzo di Storia, che è impossibile dimenticare, che è impossibile non sentire nell’anima come nel corpo, perché ogni parola dell’autore è una ferita che si apre nel lettore.

Come nasce “La messa dell’uomo disarmato” è spiegazione che Paolo di Stefano affronta nel suo articolo, “Don Luisito, la religione della Resistenza” e che qui riporto in parte a puro titolo esplicativo: “Don Luisito fatica a parlare del suo romanzo. C'è in lui un che di fierezza e di fragilità. «Sono storie – dice – che ho vissuto come avventure interiori: mi sono formato uomo negli anni della guerra e questo romanzo è nato dal desiderio di dare un senso alla mia vita». Dopo il seminario e la laurea con Alberoni sui contadini della Val Padana, Luisito Bianchi nel '64 viene inviato alle Acli di Roma; ma non si sente a suo agio nel ruolo di prete così come viene inteso dalla Chiesa. Nel febbraio del '68 è operaio alla Montedison di Spinetta Marengo (Alessandria), turnista all'ossido di titanio: «Fu allora che cominciai a riflettere sulla Chiesa come fonte di denaro e di potere: non volevo essere pagato in quanto sacerdote, perché l'annuncio del gratuito deve essere fatto gratuitamente. Per capire, iniziai una ricerca sulle Scritture e sulla storia». Da allora don Luisito non percepisce un centesimo come prete. Nel '71 è benzinaio a Milano: «in accordo con il vescovo». Dal '75, dopo un grave incidente d'auto, lavora come inserviente in ospedale e poi infermiere. La svolta avviene quando sua madre si ammala: «Cominciai a scrivere al suo capezzale, rivedevo la mia vita. Non so che cosa sia capitato, all'improvviso. Certe scene le avevo maturate da ragazzo in seminario. Mi addormentavo e nel sonno ero in montagna a combattere. Fu la mia spina. Per anni ho dovuto perdonare a me stesso di non essere lì a combattere, di non essere morto come Rondine. Allora a un certo punto mi sono chiesto: che cosa posso fare per onorare i nostri morti? Volevo esprimere il mio grazie alla Resistenza». Il lavoro di don Luisito diventa uno scavo nella memoria dell'infanzia e dell'adolescenza, nelle inchieste sui contadini fatte per la tesi, nei libri: «L'abate rievoca padre Escarrè, esiliato da Franco, che conobbi negli anni '50, e il suo monastero è diventato un luogo della fantasia. La geografia è quella dei miei luoghi e gli episodi che narro li ho vissuti in parte: l'8 settembre mio padre mi diede una rivoltella, con la quale dormivo, di giorno la mettevo dentro il pianoforte, perché c'erano i tedeschi che giravano». E la scrittura, questo strano stile, preciso, epico, che evoca le parlate dialettali senza essere neorealista? «Viene dal filtro della memoria come attualizzazione dei fatti, io ho sempre pensato in dialetto e solo a dieci anni ho imparato l'italiano». Nel '76 il vescovo gli propone di insegnare religione al liceo: «Gli risposi: io parlo di Dio gratuitamente, non ritirerò mai l'assegno mensile». Don Luisito viene a Viboldone, la mattina è per il romanzo, il pomeriggio studia e traduce per vivere. Cinque anni dopo, il saggio sulla gratuità e il romanzo sono chiusi. «La Resistenza per me è nel dare senso alla mia vita di prete e di uomo e la gratutità nacque con San Paolo e fu cancellata dal Concilio di Trento».

Il romanzo vive varie disavventure editoriali, non solo per la mole (quasi 1500 pagine), e viene rifiutato da alcuni editori cattolici. Don Bianchi ci rimette le mani: «Feci uno sforzo più grande di quello di scriverlo, ma mi sentivo questo obbligo e lavorai ancora per cinque o sei anni. Volevo trasmettere l'incontro con i miei personaggi che sentivo esistenti, persone che non hanno fatto altro che patire, come Giuliano, che morì sotto i bombardamenti mentre andava per le montagne con il suo asino». Un amico si propone di pubblicarlo a proprie spese con il titolo suggerito dal prof. Marzio Pieri, il qual nel risvolto di copertina esprimeva il suo entusiasmo citando Meneghello, Rosetta Loy, Giorgio Prodi, Pupi Avati. «Mio papà parlava poco, era un verniciatore – ricorda don Luisito – sosteneva che i preti non hanno cuore. Mentre ero diacono, venne da me per chiedermi di venir via. Vedendo la mia ostinazione mi disse: "Se vuoi fare il prete, almeno fallo giusto..." ma non ho rimpianti, io sono un povero diavolo e resisto. In fondo è stata la Chiesa a insegnarmi la religione della Resistenza».” E Giuseppe Genna, su “I Miserabili”, scrive: “La messa dell'uomo disarmato iscrive in questo modo la Resistenza nella storia sacra: storia dell'"avvenimento" . Riattualizza la parola sacra, evoca la Parola. E' una Parola certo scritturale, guarda alla Bibbia soprattutto. Però non in maniera invasiva o, peggio, evasiva. Non è che il campo arato dai contadini della Campanella sia precisamente il campo di frumento delle parabole evangeliche: però è certo che, in un qualche modo, ha a che fare con quello. In un tempo che richiede a chi si senta umano di resistere, toccare la storia letterale della Resistenza è un dovere, ma è anche un diritto. Che mondo è quello disabitato dagli uomini? E' certamente un mondo, ma non è più un mondo umano. Don Luisito Bianchi ci racconta la storia di sempre, la storia delle storie: la storia della pervicacia e della spesa di sé con cui l'uomo affronta l'impossibilità della propria scomparsa dal mondo.”

Ritratto doloroso d’una Italia inserita in un microcosmo che vive le sue paure incertezze drammi sociali e personali nel “rurale”, nella imperfezione d’un tempo sociale bruto, così Franco è costretto ad abbandonare il tranquillo idillio del suo monastero benedettino, è costretto ad abbandonare il noviziato e quindi a far ritorno alla cascina dei Genitori, La Campanella. La sua decisione è quella di “essere” contadino ma l’Italia entra in guerra. Piero, fratello di Franco, è invitato come ufficiale medico in Grecia: miracolosamente riesce a salvarsi la pelle e rientra in Patria dopo pochi mesi, ma sono stati mesi d’inferno freddo, senza umanità: ha le estremità, i piedi, semicongelati, ed intanto la campagna di Russia ha già chiamato altri giovani, altre vittime ad immolarsi per la campagna di Russia. Franco racconta, racconta, racconta ancora, racconta facendo perno sulla Campanella ma includendo in essa  la vita tutta dell’intero paese, un mondo che appartiene ai contadini, agli operai e alle operaie, ma anche agli ambulanti, persino ad un maresciallo dei carabinieri e ad un segretario del “fascio”, un po’ meno a un “misterioso” professore che sembra essere in odor di “Socialismo”. E l’8 settembre 1943 è l’occupazione nazista, ma è anche il tempo per affrontare a muso duro delle scelte, forse troppo radicali, forse necessarie, ma forse, alla fin dei conti, inutili o comunque vane. Ed ecco la Resistenza, quella che parte dall’anima di tante bande partigiane che sentono la terra e il suo dolore come fosse il loro proprio perché “è parte di loro uomini”: Balilla, Rondine, Stalino, Piero, Sbrinz, appartengono tutti a una stessa uguale umanità, quella che ha le sue radici nella “poetica della terra” e “in quanto essa sa offrire loro” senza nulla pretendere in cambio, forse solo il sangue, perché la terra quando attaccata invita gli uomini ad essere difesa. I resistenti sono costretti-volenterosi a trovare riparo presso il monastero dove Franco porta avanti il suo noviziato. Dom Benedetto invece decide di seguire le bande lungo le montagne armato solo d’una genuina “disarmatezza”, lacerato da dubbi gordiani, ma il suo sentimento precipuo è tutto dedicato alla ricerca d’una fraternità forse impossibile. Mettendo a repentaglio la sua stessa vita per proteggere i partigiani affidati alle sue cure spirituali, l’Abate (ri)trova quel sentimento di fraternità che altrimenti non sarebbe stato possibile. Si alternano le stagioni, i personaggi e le vite: e così si arriva al «primo anniversario della liberazione… Rondine l’hanno voluto ricordare con una via intitolata a Spartaco 1900-1945 detto Rondine, eroe della libertà. E’ la via principale del paese, dedicata una volta a Umberto I. Metà scarsa del paese sa ancora chi è Rondine; l’altra metà abbondante, lo ignora e non se ne cura di sapere. La prima scomparirà scaglionata in pochi lustri, da contarsi sulle dita di una mano; e nuova gente verrà a rimpolpare la seconda e l’ignoranza su Rondine di cui nemmeno l’archivio dei carabinieri ha conservato traccia.». La Storia è nella terra.

“La Messa ritorna romanzo, l’allegoria popolare, volgare (sinite parvulos..) dovrà farsi messa solenne, la storia misurarsi con la Storia (La Storia della Morante, che si provò a misura di melodramma e di favola, tra Les Misérables e il Trovatore, resta ancor oggi il libro più odiato, e meno inteso, della letteratura italiana recente). Ma una cosa non può essere tolta: la Messa di Luisito è nella terra.”, spiega Marzio Pieri nella postfazione a “La messa dell’uomo disarmato”. Siamo di fronte a un grande romanzo, a un capolavoro vero: questa volta indicare “La messa dell’uomo disarmato” come un capolavoro non è esagerazione critica. Il lavoro di Luisito Bianchi è romanzo come da vent’anni a questa parte l’editoria italiana non promuoveva. In Luisito c’è il dolore, la guerra, la Resistenza, ma c’è anche Amore, Pietà e un quasi sbigottimento davanti alla Morte che non  sa concedere pietà agli uomini. Ma Luisito sa che è la pietà a far “essere” partigiani gli uomini, sa che la terra è la poetica che dà vita alla Resistenza, sa che il dolore è il Dolore e che non può essere negato con un colpo di spugna ma non dimentica che deve essere compreso affinché non sia eterna malattia dell’animo. E poi c’è la Memoria, sì, la Memoria che è sempre poca per alcuni, ma non per l’Autore che magistralmente la ripercorre anello dopo anello, filo intrecciato dopo filo, partigiano dopo partigiano, uomo dopo uomo, per disegnarla tutta con dolore, pietà, con Umanità. La Grande Storia si chiude nella piccola grande storia degli uomini che hanno combattuto per la libertà, che hanno fatto la Resistenza.

“La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi è il romanzo che mancava dopo “Il partigiano Johnny”, è il naturale completamento della Storia della Resistenza, degli uomini che fecero la storia con le loro vicissitudini-storie, ma nutro il legittimo sospetto che sia molto, molto di più.
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