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La memoria che resiste
Paolo Perazzolo, Famiglia Cristiana, 13.11.2003
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I partigiani, il sangue versato, la ricerca di un senso da dare a tutto questo.
E a molto altro, fino ai giorni nostri.
Anziché parlare o scrivere di certi libri, a volte sarebbe preferibile cedere loro la parola, mettersene in ascolto per lasciare che il suono della scrittura riveli la potenza e la magia che custodiscono. È il desiderio che investe il lettore di La messa dell’uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza, che l’editore Sironi ha mandato in libreria in questo periodo (pp. 860, € 19,00); ed è questo l’invito, l’esortazione che l’autore formula fin dalle prime parole: obsculta fili... (ascolta, figlio).

Singolare la storia di questo libro. L’autore, Luisito Bianchi, attualmente cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone (Milano), lo scrisse parecchi anni fa e lo fece circolare in un’edizione autoprodotta e autofinanziata fra il 1989 e il 1995 in una cerchia ristretta di amici e ammiratori. Poi scomparve, fino al giorno in cui finì, casualmente, fra le mani dello staff dell’editore Sironi che, ci sia consentito il termine, se ne innamorò, si mise in contatto con don Luisito e lo ristampò per renderlo disponibile a un pubblico più vasto.

Tanti e così complessi sono i temi affrontati nel romanzo che risulta impossibile riassumerlo. Basti sapere che prende avvio nella primavera del 1940, quando Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla Campanella, la cascina dei genitori, in un paese mai nominato ma collocabile nel Cremonese; l’8 settembre del 1943 segna una svolta nella vita di tutti i personaggi: infuria la lotta sulle montagne condotta dalle bande partigiane e sostenuta dalla comunità dei monaci; la vita dei protagonisti viene infine seguita fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente chiaro.

«Un giorno mi chiesi: che senso ha la mia vita? Avevo vissuto intensamente, ma avevo bisogno di risalire alle radici della mia vocazione», dice don Luisito, un prete inquieto (nel senso più bello del termine), sempre in ricerca, che ha riflettuto profondamente sulla sua scelta religiosa, fino a conquistare l’esigenza di una gratuità assoluta, che l’ha condotto a lavorare come operaio alla Montedison di Spinetta Marengo (Alessandria) nel 1968, come benzinaio a Milano nel 1971, come inserviente e poi infermiere in un ospedale nel 1975. Sempre in accordo con il vescovo, precisa.

L’infanzia felice e la Resistenza

Anche questo splendido romanzo rientra nel percorso di appropriazione di sé stesso e del senso del proprio vivere. Nel silenzio degli anni sabbatici che don Luisito si è concesso, il ricordo è andato a due temi: l’infanzia felice "immersa" nella campagna e la Resistenza.
La messa dell’uomo disarmato è un inno colmo di poesia alla natura, a quella «liturgia della terra», come piace definirla l’autore, che celebra la presenza della Parola, dello Spirito, di Dio nella vita dell’uomo: «Razionalmente dovremmo dire che siamo distruttori di civiltà, che abbiamo reso irrespirabile l’ambiente in cui viviamo e che abbiamo ridotto la natura a fonte di profitto, ma nonostante tutto la terra dà frumento, il sole splende, le stagioni si susseguono..., come un rinnovato segno di perdono».
Commovente è la memoria della Resistenza, dell’eroismo di tanta gente che ha versato il sangue per un ideale.

Credere nella Parola, sempre

Benché il libro parli concretamente delle lotte partigiane, è evidente che la Resistenza che qui viene evocata è molto più che un concetto storico, in quanto diventa categoria spirituale ed esistenziale: «È la cifra del mio essere sacerdote e uomo: significa credere nella Parola nonostante appaia inefficace, in termini religiosi, e che anche ciò che è sembrato inutile ha un senso, in termini umani. Questo è possibile, però, solo attraverso la memoria, cosa diversa dal ricordo, che può indulgere alla nostalgia: la memoria attualizza ciò che evoca. Grazie alla memoria, il sangue versato da tanta gente senza nome non è più vano, ma acquista valore e dignità».

Molto altro bisognerebbe dire su questo romanzo, che per alcuni aspetti richiama I promessi sposi (alcuni critici non sono d’accordo, ma noi non siamo d’accordo con loro): degli straordinari personaggi che lo popolano, in ciascuno dei quali è presente una scheggia dell’autore; della predilezione per gli umili di don Luisito; della straordinaria benché insolita scrittura, capace di dare un nome a ogni cosa, incredibilmente musicale, alimentata dalla vividezza del dialetto quanto dall’ascolto del silenzio e dall’amore per il buongusto...

Almeno un appello, però, vogliamo lanciarlo: perché qualche regista intelligente non prova a trasformare La messa dell’uomo disarmato in un film? Gli spunti, formali e contenutistici, certo non mancano. Per non dire che sarebbe un modo per fare memoria del sangue versato. Anche per noi.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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