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Luisito Bianchi: La messa dell'uomo disarmato
Giuseppe Genna, Miserabili.com, 28.10.2003
www.miserabili.com
Recensire un romanzo prima di averlo letto non è un'operazione da stronzi. Non ho intenzione di fare, su La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi, la medesima esperienza di lettura in progress effettuata sul Kamikaze d'occidente di Tiziano Scarpa. Soltanto, ci sono cose urgenti da dire, a proposito del libro edito da Sironi, nella collana diretta da Giulio Mozzi: non voglio attendere altre trecento pagine di lettura per scriverne. Un'urgenza è pur sempre un'urgenza. Soprattutto quando è un'urgenza politica: letteraria e civile, cioè. Urgente, per esempio, è fare lo strillone, a rischio del ridicolo (non ho le fisique du rol): correte in libreria, non fatevi spaventare dalla massa della Messa, acquistatelo, perdetevi in questo straordinario sogno, che è pura tragedia e poesia e attualità politica. Se mi volete bene, fatelo.

Se mi volete bene, anche, seguite il ragionamento che segue: è confuso ma indicativo di quanto un uomo può soffrire e gioire del tempo che vive. Di quest'oggi dannato e apertissimo. Di questo campo di battaglia tra l'inumano procedere delle forze macchiniche e la resistenza che viene opposta dall'umana incapacità di arretrare di fronte alla morte annunciata.
La messa dell'uomo disarmato è, per affermazione del medesimo autore, un romanzo sulla Resistenza. Io ho sempre odiato il mito della Resistenza. Ricordo i tempi in cui me l'hanno inculcato a forza, attraverso martellamenti iconografici del Partigiano di Capa, i temi in quinta elementare, l'enfasi familiare sul fratello di mio papà ritiratosi sui monti moschetto alla mano, la medaglia all'onor civile comminata a mio nonno materno per avere fatto la staffetta, le letture estenuate dell'Agnese va a morire, gli allucinati monumenti in ferro e ghisa a gruppi di partigiani sterminati sotto lapidi marmoree funebri, i ricordi sulle colonne ora ingiallite e conservate nell'armadio di edizioni settantine de L'Unità, visioni oceaniche della Notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani quando stai pensando solo a Goldrake, il partigiano Pesce leggendario a Milano che viene a darti un buffetto in auditorium alle medie. Poi ho odiato l'antiretorica dell'antiResistenza: dopo il 25 aprile i partigiani hanno massacrato gli ex camerati, che vergogna il corpo del Duce penzoloni dal benzinaio in piazzale Loreto, in Italia c'è una guerra civile strisciante mai sopita dal '45, voglio stringere la mano a papà Cervi quando questi è ben oltre lo stato colliquativo, Bondi che dice che i partigiani sono responsabili degli eccidi nazisti perché hanno provocato, l'incredibile paciosità di Priebke, il memorial dell'associazione paracadutisti e, adesso, la ruffianata vergognosa di Giampaolo Pansa, peraltro in testa alle classifiche di vendita dopo la stagione Totti-Melissa.
Sono uscito con le ossa rotte dal dibattito sulla Resistenza.
Cosa speravo che emergesse a salvare la mia integrità morale e intellettuale, in questo profluvio di parole immagini e assalti all'arma bianca sulla questione nodale della Resistenza? Speravo in questo: in una parola. La parola è Parola. E' Parola di dio? No: per me è parola dell'Uomo. Aspettavo, cioè, quello che Pavese e Fenoglio e Soldati mi hanno concesso di avere in dono: la parola sacra della letteratura, vale a dire: la storia collettiva espressa in forma epica. A distanza di molti anni da quelle pagine scritte da Pavese e Fenoglio e Soldati, e quindi con un valore clamorosamente accresciuto, mi arriva la Parola di don Luisito Bianchi, benedettino dell'abbazia di Viboldone, dove andavo in bici da bambino. La messa dell'uomo disarmato è lo spiegamento di armi dell'Uomo che mette in comune: è la Parola.
Non sono cattolico. Non sono nemmeno cristiano. Io non sono niente: parto di qui, da quest'essere niente - detto a scanso di equivoci. Oggi ho ricevuto una mail da Gilberto Squizzato. Ne riporto un passo, perché fulmineamente riassume quanto avevo da dire sul libro di Luisito Bianchi: "Il tempo è sempre sbagliato, ogni tempo è sbagliato per l'uomo. Anche se io credo, alla rovescia, che il tempo che ti è dato è incredibilmente proprio e solo quello giusto. Cronos è il tempo che divora i suoi figli, Aiòn l'epoca storica in cui ci è dato di vivere, Kairòs l'istante decivivo che non torna più indietro. E nell'istante decisivo bisogna decidere, tagliare, recidere le altre possibilità scegliendone una, e proprio quella. E non lo trovi doloroso, anche se quello è il tempo della "grazia"? Ma bisogna credere che è la grazia, non è una cosa che si veda o si senta... Questa è la mia teologia, tutto qui. Come vedi una teologia non astratta, speculativa, ma molto pratica". E' la medesima teologia che viene messa in comune nel libro di Bianchi.
Viene messa in comune, cioè, la teologia, implicitamente e quintessenzialmente comunitaria, del mondo finito per sempre. Ci sono pagine e pagine, nel romanzo di Bianchi, che sono un campo da arare con fatica e sudore, tra i profumi virali del frumento e del granoturco, febbri della terra, stellate, stordimenti canicolari, fruscio di falce che reseca, sciabordio di alborelle nel torrente, donne sedute al centro dell'aia, uomini impettiti con il bastone di malacca e il panama sulle ventitré, fratelli, padri, mogli, madri. Sembrerebbe una cartolina dall'altroieri, ma non lo è: siccome non è una cartolina, è un grande romanzo. Fate la prova: se avete meno di cinquant'anni, fate leggere La messa dell'uomo disarmato a chi ha vissuto il tempo della Seconda Guerra Mondiale. Io ho fatto questa prova: sconvolgimenti emotivi, riconoscimento immediato di ciò che fu, percezione esatta che qualcosa di ciò che fu continua a essere.
La Resistenza raccontata da don Luisito ripulisce per me tutta quella zona ambigua e lutulenta del dibattito su, della parola dopo, della memoria a tutti i costi. La memoria va sentita, profondamente, come nostra. Soltanto la storia dell'uomo, nell'incontro voltaico con l'individuo, può evocare una simile potenza spirituale: trovare che ciò che è stato allora, anche oggi è. Diverso, ripolarizzato, magari. Ma è. E' vero. Andò così. Va così.
Questa lettura della storia-che-per-me-è-importante è la Scrittura. E' la modalità precisa con cui viene letto il Libro. Onnipervasivo, metastorico sì ma per gli umani e dentro l'umanità, il Libro profetizza in questo incredibile dissesto della terra, rivoltata dall'erpice del destino, che è l'incontro dell'uomo con sé stesso, nella comunità che lo fa uomo. Don Luisito Bianchi compie quest'opera profetica: che non è la voce dell'individuo che è un figo e anticipa le cose per quello che saranno, bensì la voce di uno che presta la bocca affinché parli il mondo, affinché un'oggettività non oggettiva ma assoluta si manifesti. La messa dell'uomo disarmato iscrive in questo modo la Resistenza nella storia sacra: storia dell'"avvenimento" . Riattualizza la parola sacra, evoca la Parola. E' una Parola certo scritturale, guarda alla Bibbia soprattutto. Però non in maniera invasiva o, peggio, evasiva. Non è che il campo arato dai contadini della Campanella sia precisamente il campo di frumento delle parabole evangeliche: però è certo che, in un qualche modo, ha a che fare con quello.
In un tempo che richiede a chi si senta umano di resistere, toccare la storia letterale della Resistenza è un dovere, ma è anche un diritto.
Che mondo è quello disabitato dagli uomini? E' certamente un mondo, ma non è più un mondo umano. Don Luisito Bianchi ci racconta la storia di sempre, la storia delle storie: la storia della pervicacia e della spesa di sé con cui l'uomo affronta l'impossibilità della propria scomparsa dal mondo. Citando, Debord si chiedeva: Ce lo ricorderemo questo pianeta? Sì, ce lo ricorderemo, anche grazie a libri come questo
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