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Metti un cervello nel motore dell’evoluzione
a cura del Master in comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste, “OLTRE”, newsletter del Festival della Scienza, 24.10.2003
Quanto siamo cambiati negli ultimi 120 mila anni? Abbiamo appeso la clava al chiodo, ci siamo spogliati di pelli e pellicce e sforzati di dintare “uomini moderni”. Così adesso mangiamo cibi cotti, abbiamo un guardaroba di indumenti comodi e colorati e andiamo in macchina ai Festival della Scienza. Qualcuno potrebbe obiettare che questa è una risposta fin troppo facile e superficiale. Perché, se potessimo andare a fondo nell’esame delle differenze tra noi e nostri antenati cavernicoli, differenze semplicemente non ne troveremmo. Ci accorgeremmo, cioè, che i nostri geni non si sono modificati per niente. Noi e i cavernicoli apparteniamo alla stessa specie, l’ Homo sapiens .
Se volessimo avere una controprova, potremmo usare una macchina del tempo e scambiare due neonati nella loro culla/ un bimbo nato il 23 ottobre 2003 e il suo trisavolo nato centomila anni prima. Ecco un’altra sorpresa: scopriremmo che le due mamme non si accorgerebbero di niente. Sarebbero entrambe convinte di star allevando un bambino “normale”, secondo i canoni di ciascuna delle due. Il bimbo nato nel 2003 crescerebbe come il cacciatore-raccoglitore, vestendo inconsapevolmente le pellicce del suo antenato; mentre il mancato cavernicolo diventerebbe un bambino moderno, con tanto di Game-boy e zainetto fosforescente. Al di là di tutte le considerazioni che possiamo fare sull’opportunità di mettersi a scompigliare un albero genealogico invertendo i nonni con i nipoti, la macchina del tempo ci costringe a una riflessione. Quale è stata l’evoluzione dell’uomo? Quale motore ci ha portato dalla grotta della nostra preistoria al condominio dove abitiamo oggi, con un bagaglio di geni che è sempre lo stesso?
La proposta dei cosiddetti “darwinsti di sinistra” è che la genetica ci possa spiegare solo la metà della storia e che, per trovare la chiave della nostra evoluzione, dobbiamo provare a cercare u po’ più in là. Il filosofo John Skoyles è uno di questi. Dipanando i legami complessi tra discipline diverse (dalle neuroscienze alla paleontologia, alla psicologia), Skoyles propone una storia inedita dell’evoluzione dell’uomo, in cui il ruolo del protagonista passa dai geni al cervello. Perché la mente umana ha una caratteristica che la rende unica nel mondo animale: la sua plasticità. La capacità, cioè, di adattarsi agli stimoli esterni e di plasmare le sue abilità sulla base delle necessità o delle situazioni contingenti. Ed è questa che permetterebbe e un neonato di centomila anni fa di crescere nel mondo moderno. “La scoperta della plasticità neuronale – spiega Skoyles – ci porta a pensare che i geni giochino un ruolo diverso nell’uomo rispetto agli altri animali”. Come dire che, nel nostro caso, il motore dell’evoluzione ha avuto una marcia in più.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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