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Don Luisito Bianchi, la religione della Resistenza
Paolo Di Stefano, Corriere della sera, 17.10.2003
La lotta partigiana raccontata da un testimone scomodo in un romanzo della memoria «fiero» e commovente.
L'intreccio: lettere, diari, dialoghi, inserti filosofici e una folla di personaggi.
VIBOLDONE (Milano) – Rivelazione è una di quelle parole naufragate nell'oceano dell'abuso. Ma per don Luisito Bianchi il termine si può usare tranquillamente. Una rivelazione, davvero. Non solo come teologo scomodo o come sacerdote inquieto ma anche come narratore. Il suo romanzo, La messa dell'uomo disarmato, che esce ora da Sironi (pp. 860, 19 euro), vide la luce nel 1989 in un'edizione semiclandestina. Don Luisito ha pubblicato molti libri, oggi ha 76 anni e fa la spola tra Cremona, la sua città, e l'Abbazia di Viboldone, a due passi da Milano, dove è cappellano.
La messa si presenta come «un romanzo sulla Resistenza» in tre sezioni. In realtà è un capolavoro (sì un capolavoro) complesso e multiforme che affronta la Resistenza sia nella sua accezione storica sia in un senso civile e filosofico. La Resistenza delle bande partigiane nella Bassa Padana dopo l'8 settembre occupa la parte centrale, l'intreccio prende avvio dallo scoppio della guerra vissuto in un paesino senza nome e si snoda fino alla ricostruzione. Tutto comincia quando, nella primavera 1940, il novizio Franco lascia il monastero benedettino per tornare nella cascina dei genitori, La Campanella, deciso a fare il contadino. La Campanella è un via vai di personaggi: c'è Piero, il fratello di Franco, che rientrerà dopo essere stato inviato in Grecia come ufficiale medico; c'è un padre che lavora e lavora la terra, c'è una madre che si illude sempre che la guerra stia per finire, un arciprete, un maresciallo, c'è la bella Maria, futura sposa di Piero, e poi ci sono gli amici: Rondine, Spartaco, Balilla, Tano e tanti altri.
La parte più commovente è la seconda, dove si racconta la lotta sulle montagne condotta dalle bande partigiane (con una folla pietosa di vittime) e sostenuta in fraternità dalla comunità dei monaci, tra cui dom Benedetto (che combatte disarmato), dom Luca e l'abate. Alcuni di loro parteciperanno fino a morirne. Ma i fili della narrazione sono molteplici, con una alternanza di voci e di registri (lettere, diari, narrazione in presa diretta, dialoghi, inserti filosofico-teologici). Basterà dire che la Resistenza come senso di responsabilità non si esaurisce, per l'autore, con la fine della guerra: e qui entra in gioco il significato più ampio del termine, che costituisce il leitmotiv di un romanzo che è anche religioso. Tant'è vero che i destini dei singoli personaggi vengono seguiti ben oltre glli anni del conflitto.
Don Luisito fatica a parlare del suo romanzo. C'è in lui un che di fierezza e di fragilità. «Sono storie – dice – che ho vissuto come avventure interiori: mi sono formato uomo negli anni della guerra e questo romanzo è nato dal desiderio di dare un senso alla mia vita». Dopo il seminario e la laurea con Alberoni sui contadini della Val Padana, Luisito Bianchi nel '64 viene inviato alle Acli di Roma; ma non si sente a suo agio nel ruolo di prete così come viene inteso dalla Chiesa. Nel febbraio del '68 è operaio alla Montedison di Spinetta Marengo (Alessandria), turnista all'ossido di titanio: «Fu allora che cominciai a riflettere sulla Chiesa come fonte di denaro e di potere: non volevo essere pagato in quanto sacerdote, perché l'annuncio del gratuito deve essere fatto gratuitamente. Per capire, iniziai una ricerca sulle Scritture e sulla storia». Da allora don Luisito non percepisce un centesimo come prete. Nel '71 è benzinaio a Milano: «in accordo con il vescovo». Dal '75, dopo un grave incidente d'auto, lavora come inserviente in ospedale e poi infermiere. La svolta avviene quando sua madre si ammala: «Cominciai a scrivere al suo capezzale, rivedevo la mia vita. Non so che cosa sia capitato, all'improvviso. Certe scene le avevo maturate da ragazzo in seminario. Mi addormentavo e nel sonno ero in montagna a combattere. Fu la mia spina. Per anni ho dovuto perdonare a me stesso di non essere lì a combattere, di non essere morto come Rondine. Allora a un certo punto mi sono chiesto: che cosa posso fare per onorare i nostri morti? Volevo esprimere il mio grazie alla Resistenza». Il lavoro di don Luisito diventa uno scavo nella memoria dell'infanzia e dell'adolescenza, nelle inchieste sui contadini fatte per la tesi, nei libri: «L'abate rievoca padre Escarrè, esiliato da Franco, che conobbi negli anni '50, e il suo monastero è diventato un luogo della fantasia. La geografia è quella dei miei luoghi e gli episodi che narro li ho vissuti in parte: l'8 settembre mio padre mi diede una rivoltella, con la quale dormivo, di giorno la mettevo dentro il pianoforte, perché c'erano i tedeschi che giravano». E la scrittura, questo strano stile, preciso, epico, che evoca le parlate dialettali senza essere neorealista? «Viene dal filtro della memoria come attualizzazione dei fatti, io ho sempre pensato in dialetto e solo a dieci anni ho imparato l'italiano». Nel '76 il vescovo gli propone di insegnare religione al liceo: «Gli risposi: io parlo di Dio gratuitamente, non ritirerò mai l'assegno mensile». Don Luisito viene a Viboldone, la mattina è per il romanzo, il pomeriggio studia e traduce per vivere. Cinque anni dopo, il saggio sulla gratuità e il romanzo sono chiusi. «La Resistenza per me è nel dare senso alla mia vita di prete e di uomo e la gratutità nacque con San Paolo e fu cancellata dal Concilio di Trento».
Il romanzo vive varie disavventure editoriali, non solo per la mole (quasi 1500 pagine), e viene rifiutato da alcuni editori cattolici. Don Bianchi ci rimette le mani: «Feci uno sforzo più grande di quello di scriverlo, ma mi sentivo questo obbligo e lavorai ancora per cinque o sei anni. Volevo trasmettere l'incontro con i miei personaggi che sentivo esistenti, persone che non hanno fatto altro che patire, come Giuliano, che morì sotto i bombardamenti mentre andava per le montagne con il suo asino». Un amico si propone di pubblicarlo a proprie spese con il titolo suggerito dal prof. Marzio Pieri, il qual nel risvolto di copertina esprimeva il suo entusiasmo citando Meneghello, Rosetta Loy, Giorgio Prodi, Pupi Avati. «Mio papà parlava poco, era un verniciatore – ricorda don Luisito – sosteneva che i preti non hanno cuore. Mentre ero diacono, venne da me per chiedermi di venir via. Vedendo la mia ostinazione mi disse: "Se vuoi fare il prete, almeno fallo giusto..." ma non ho rimpianti, io sono un povero diavolo e resisto. In fondo è stata la Chiesa a insegnarmi la religione della Resistenza».
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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