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Nicola Nosengo: L'estinzione dei tecnosauri
Il Foglio, 23.09.2003
Nel 1972, il gigante olandese della tecnologia, la Philips immise sul mercato inglese il primo videoregistratore studiato per un uso domestico, l’N1500. Era rumoroso, il prezzo alto, e servivano due o tre cassette per registrare un film. Non ebbe il successo che ci si attendeva. Due anni dopo la giapponese Sony lanciò sul mercato interno un altro formato, il Betamax. Nel 1975 sbarcò negli Stati Uniti, nella versione che limitava l’uso alla lettura di videocassette, senza cioè funzione di videoregistrazione per non irritare le major cinematografiche. Nel 1976, la concorrente Jvc alla quale in un primo momento la Sony aveva proposto di lavorare sullo stesso standard, ruppe gli indugi e presentò il suo formato, il Vhs. Sebbene tecnicamente inferiore, costava meno e aveva cassette di maggior durata. Inoltre la Jvc fece una intelligente campagna di alleanze (decisiva l’adozione del Vhs da parte delle catene di videonoleggio). Già nei primi anni Ottanta la partita si avviava però alla conclusione: il Vhs aveva proprio vinto. Il succedaneo dell’N1500 della Philips, il Video2000, arrivato in ritardo nel 1980, pur considerato dagli esperti il miglior sistema di registrazione domestico era stato distrutto dall’inefficienza del marketing europeo, surclassato dall’immagine vincente della tecnologia giapponese. E il Betamax moriva piano piano, nel dolore dei suoi estimatori (esistono ancora delle associazioni di nostalgici), forti, peraltro, di una rivincita morale: la versione professionale del Betamax, il Betacam, affettuosamente detto Beta tra gli addetti ai lavori, è il formato più usato, anche se non l’unico, nell’universo della televisione. Perché, allora, ha vinto il Vhs? “Chi ha comprato un Vhs a partire dalla metà degli anni Ottanta” (scrive Nicola Nosengo, trent’anni, giornalista di scienza e tecnologia, autore di questo godibilissimo libro sull' "Estinzione dei tecnosauri”) “lo ha fatto perché ha avuto la sensazione che il mercato avesse già deciso, non perché ritenesse superiore la sua qualità dell’immagine”.
Il mercato e la storia della tecnologia sono pieni di casi simili: l’auto elettrica che negli anni del pionierismo delle quattro ruote era fortissima e avrebbe potuto vincere la sfida con le macchine a benzina (erano altrettanto veloci) fu sconfitta probabilmente perché le batterie erano troppo pesanti e rendevano complicate le emergenze.
Curioso anhe il destino del videotelefono. In teoria è una tecnologia da molti anni in grado di funzionare, eppure non si è mai affermata: forse perché del telefono ci piace proprio la cecità, la menzogna che vi è incorporata: al telefono possiamo fingere di vivere in una casa bellissima, possiamo occultare le nostre imperfezioni, la nostra sciatteria, possiamo perfino permetterci di abbassare gli occhi.
Ma forse la più bella di queste storie è quella della posta pneumatica, una rete ante litteram, una specie di acquedotto per la corrispondenza. Un sistema di trasmissione concettualmente ideato già a metà del milleseicento, operativo dalla metà dell’Ottocento, in voga in molte città occidentali a cavallo tra i due ultimi secoli, ma che ha funzionato meno di come avrebbe potuto. Malinconica, terribile, simbolica la fine della rete pneumatica nella città di Roma: comprata da Fastweb per far correre al suo interno la banda larga (che intanto funziona così così).
Le tecnologie, insomma, competono. Eccome. Non sempre, va da sé, a vincere sono le migliori, le più ricche ed elastiche. In alcuni casi gli standard riescono ad accordarsi e a convivere quasi amichevolmente. Un lieto fine? La sopravvivenza del sistema operativo Apple, che ha trovato una nicchia nella supremazia Ms-Dos. Ma riusciranno entrambi a difendersi dal nuovo arrivato, il Linux?
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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