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In Irpinia, a cercare la luce che non c’è
Domenico Scarpa, TuttoLibri - la Stampa, 09.08.2003
DIARIO CIVILE "È un giorno con le nuvole per terra e salgo a Nusco a cercare la luce che non c'è". La persona che scrive questa frase si chiama Franco Arminio, ha 43 anni e si definisce "paesologo". La paesologia, racconta, è una "scienza difettosa": consiste nell'andare nei posti piccoli, uno dopo l'altro, e guardare, ascoltare, scrivere. Detto così, sembra facile: invece è semplice, cioè il contrario di facile. Arminio fa gesti semplici: quando arriva nei paesi scende dalla macchina, entra nei bar, parla con le persone, interroga i sindaci, descrive le case e i negozi, trascrive le insegne dei negozi e le scritte sui muri; trascrive anche le facce che incontra e la forma delle piante, delle pozzanghere, il tempo che fa. Arminio, insomma, è uno scrittore: finora ha scritto migliaia di poesie, perlopiù brevi, e aforismi; a un certo punto ha avuto "bisogno di prosa". Il cratere di cui parla nel suo libro è l'Irpinia, quella del terremoto del 1980, ventitré novembre, una domenica. "Ci fu un soffio geotermico. Poi la lunga stagione degli architetti, dei geometri, degli ingegneri. Salivano le scale dei Comuni con mani basse e intente a raccogliere la moneta vagante dei contributi. Dall'anima fredda delle loro matite si è materializzata l'Irpinia che vediamo adesso. Questi paesi sono usciti come esce un fiume dal suo alveo e ora hanno la forma di ciò che cede e si scuce". Arminio descrive luoghi e persone di cui non importa più niente a nessuno, ma che ci riguardano. Descrive il divorzio tra paesi e paesaggio: parla di città invisibili perché nessuno le va a vedere; città inguardabili, perché dopo il terremoto le hanno rifatte male. Hanno nomi che sanno già di sperduto, di solitudine: Venticano, Dentecane, Pietradefusi, Montemiletto. Arminio è un uomo non rassegnato che passa in rassegna gli effetti della guerra in questi paesi, e ne trae una pace strana. "Vado in paesi come questo per pescare una desolazione che sia anche beatitudine. So che non troverò traffico né schiamazzi. Vado a pescare un silenzio per metterci dentro il mio rumore, la mia smania". Arminio è uno scrittore raro: scrive con tutto il corpo e si accorge di tutto quello che succede ai corpi altrui, di dentro e di fuori. L'incontro con uno scrittore che adoperi il corpo intero è un evento felice che non dà la felicità; regala invece la percezione salutare di quanto le cose siano complesse e oscure, misteriose nella loro chiarezza. Arminio non prova nessuna nostalgia del passato. Prova dolore, ma non è un dolore malinconico e nemmeno lamentoso; è un dolore cocciuto, un dolore lottatore. La sua non è malinconia ma energia stanca, che secerne una lirica così asciutta e coriacea da diventare epica. Arminio fotografa destini ma non è un fatalista; quei destini sono il risultato di responsabilità con nome e cognome, e stanno andando verso un futuro non ancora scritto: "Ogni paese ha il suo ricercatore del passato. Più difficile trovare chi sondi l'avvenire". Nel cratere irpino, oltre al vincolo urbanistico si è infranto il vincolo tra le parole e le cose; è per questo che il suo libro ci riguarda, come ci riguardano i paesi e la paesologia: secondo Arminio la globalizzazione è in realtà - non dico il perché, così magari andrete a leggere di persona - una ruralizzazione del mondo. Arminio è uno scrittore lacerato: è un impulsivo meditabondo il cui strumento di conoscenza è un'attenzione stravolta e stravolgente. È un ipocondriaco, ma i mali che descrive sono reali: ci mostra l'incapacità di costruire il presente, la nostra infelicità volontaria, la "modernità incivile". È un egocentrico, ma sa ascoltare come pochi. Ogni sua frase ci espone senza riparo alla frustata percettiva: impone lividi e custodisce una furia inesplosa. La sua pagina è scassata, a volte sibillina altre volte comica. La sua prosa conserva anche qualcosa d'immaturo e d'inerme; i due aggettivi non indicano un limite ma un'intonazione necessaria e vitale. Mostrano la corda, nel suo libro, solo i Paesaggi brevi, lunghi un rigo, quattro, dieci, mezza pagina. Alcuni, nella prima stesura, erano in versi: filastrocche brevi e agre, allegre o desolate, che ora, piallate in prosa, hanno perso vigore e suono e vanno troppo di fretta. Arminio non dovrebbe andare mai di fretta, perché dà il meglio quando costringe all'indugio la smaniosità che gli detta frasi come questa: "Ognuno aderisce al suo paese come un anello al dito di uno scheletro".
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