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Attacchi di panico
Luca Tancredi Barone, Il Manifesto, 09.08.2003
«Armageddon Supermarket» di Paola Coppola e Giancarlo Sturloni
«La probabilità che gli Usa subiscano un attacco terroristico con armi chimiche e/o biologiche entro il 2010 è pari al 100%», diceva l'ex presidente Clinton al Congresso nel 2000. Cento per cento, certezza assoluta. «L'unico interrogativo non è se il terrorismo colpirà, ma quando», confermava un anno fa, senza un'ombra di esitazione, l'attuale vicepresidente Cheney. A forza di ripetere un ritornello alla fine si inizia a crederci. E tutti, media in primis, a considerare il rischio di un attacco chimico o biologico come reale. Anche l'Oms, che ha approntato nel 2002 delle linee guida nel caso di un «uso deliberato di agenti chimici o biologici atti a procurare danno» (www.who.int/csr/delibepidemics/en/).

E invece no. Si tratta di una favola. Questa almeno la tesi di Paola Coppola e Giancarlo Sturloni, autori di Armageddon Supermarket (Sironi Editore, €15).

Di agenti chimici potenzialmente devastanti ne esistono a milioni. E non ci sono solo le guerre, quelle dichiarate, a provarlo. La I guerra mondiale (francesi, tedeschi e inglesi utilizzarono iprite e fosgene), la guerra d'Etiopia (con i gas italiani), i gas del Giappone in Cina, il Vietnam, che gli Usa sommersero di napalm e agente Orange, fino ai gas recenti della guerra Iran-Iraq. Poi ci sono gli incidenti: come a Bhopal in India nell'84, quando il rilascio di una nube tossica dalla fabbrica di pesticidi della Union Carbide provocò migliaia di vittime e di avvelenati. O a Seveso nel `76: poche centinaia di grammi di diossina bastarono per intossicarne migliaia.

Altro conto però è saper trasformare gli agenti chimici in armi chimiche: procurarsi cioè una ingente quantità della sostanza pura, e trovare il mezzo di diffusione più adeguato a provocare il maggior numero di vittime. Questioni assai più complicate, per fortuna, di quanto possa apparire. Anche perché «non basta buttare tutti gli ingredienti in un secchio e mescolare»: ci vogliono laboratori costosi e tecnici molto preparati. «Esiste un abisso tra imparare a pilotare un aereo per farlo schiantare contro un grattacielo e acquisire le conoscenze tecniche necessarie per disperdere agenti chimici nell'aria causando una strage», scrive l'esperto americano Amy Smithson nel rapporto per lo Stimson Center di Washington. Non a caso finora non si sono registrati attentati terroristici chimici, a parte il caso nella metropolitana di Tokyo del 1995.

Discorsi analoghi valgono anche per le cosiddette «atomiche dei poveri». Anche qualora ci si riuscisse a procurare del materiale radioattivo «di scarto» - e gli autori dimostrano che non è affatto semplice - gli effetti sarebbero molto limitati sia in termini di vittime sia in termini di radioattività. Più che altro, scrivono, si tratterebbe di armi di «destabilizzazione di massa». «Il loro effetto principale - scrive il fisico nucleare Joseph Rotblat, Nobel per la pace - non è di provocare tante vittime, ma tanto panico». Ne sanno qualcosa i sopravvissuti sotto shock dell'attacco di Tokyo (Haruki Muratami ha raccolto le loro storie nel libro Underground, uscito per Einaudi anche in Italia).

E le armi biologiche? Di virus e batteri terribili, magari geneticamente modificati per essere più patogeni, ne esistono moltissimi. Pare ne siano pieni gli arsenali di una quindicina di paesi nel mondo (antrace, vaiolo, Ebola, botulino, salmonella...). Ma il problema è: può un gruppo di terroristi ben organizzati e finanziati costruire un'arma biologica di distruzione di massa, fosse anche per l'avvelenamento di un acquedotto? La risposta degli autori è: difficilmente. Un caso famoso c'è stato: le lettere all'antrace negli Stati uniti. Le vittime furono 5. Tragico, ma un po' poco per parlare di «distruzione di massa». E poi il «terrorista» era un insider...
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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