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Il senso della distanza
Alberto Rollo, L’immaginazione - Editoria e dintorni, 15.05.2003
Geografia e racconto
Ci sono almeno tre libri importanti (ma non sono i soli) e una nuova collana di prossimo varo. Tema: la geografia. I tre libri importanti sono E’ Oriente di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 2003), Viaggio nel cratere di Franco Arminio (Sironi Editore, 2003), La città distratta di Antonio Pascale (Einaudi, 2002). Si potrebbe dire: sono reportage e in qualche modo la semplificazione implicita nella definizione l’avrebbe vinta su altre considerazioni. No. Bisogna andare più in là. L’obiettivo di cogliere l’anima dei luoghi è qui legato a tre differenti maniere di stare nei luoghi o di attraversarli. Rumiz si muove lentamente su grandi distanze, Arminio si muove lentamente su distanze brevi, Pascale si muove (metaforicamente) dal basso in alto e dall’alto in basso restando avvitato a una città. Il primo privilegia la specificità del mezzo di locomozione (treno, chiatta, bicicletta), il secondo la specificità del limite geografico (la paesologia, l’Irpinia), il terzo la specificità dello sguardo (fisso ma non immobile su una sola città, Caserta). Tutti i tre sanno che i luoghi non sono solo paesaggio, né che sono solo un riflesso di chi li descrive. Tutti e tre “parlano” di geografia sociale, sentono la diacronicità di ciò che vedono, forzano la soggettività dentro i luoghi e dai luoghi si lasciano provocare, mettere alla prova. Fanno letteratura? Sì. Nel senso più nobile del termine: usano una lingua pronta a destarsi nell’invenzione per imbrigliare ciò che no può essere inventato. Descrivono. Ma quanto costa descrivere, in questo modo? Costa la pazienza dell’osservazione. La geografia ha pochissima stanza nella narrativa contemporanea: primo perché non esiste più l’esotico, secondo perché il cinema e la tv hanno reso obsoleto il fondale sul quale eventualmente l’azione si svolge, terzo perché il paesaggio è un’eredità romantica e l’interiorità moderna e postmoderna “non si sente” riflessa nella natura (ma anche il fondale metropolitano è un suggerimento, un clic fatto scattare nell’immaginazione, piuttosto che un affresco). Il mondo come mappa è stato semmai rivoltato in geografia stravolta (quella magmatica, nevrotica che dalla Dublino joyciana arriva alla Berlino di Alfred Doblin e riappare nella seconda metà del Novecento sino ai labirinti enigmatici della Trilogia di New York di Paul Auster). E pur tuttavia una geografia esiste (umana sociale politica), esistono dei luoghi, Rumiz ci fa toccare con sofferta evidenza i confini orientali d’Europa in una sorta di sequela ininterrotta di imperi collassanti, Arminio ci porge il collasso del mondo così come lo registra la pelle di luoghi apparentemente “esclusi” dal mondo (“Ecco, oggi i paesi sono considerati luoghi trascurabili, luoghi di riposo, ai margini della storia. E invece non è così, la storia non è mai stata tanto paesana come in questi anni. Guardate l’espressione del capo del mondo, guardate come cammina e vedrete la postura del taglialegna. (…) E allora se il mondo è governato da gente di paese, quale miglior modo per comprenderlo che studiare come la vita si dispieghi in un paese?”. Pascale sta dentro la sua Caserta e sente la distanza che chiama, con scatto geniale, “distrazione”. Pascale legge le facce (“le facce arcaiche” di quelli che vengono dall’hinterland) allo stesso modo in cui guarda “dall’alto” la mappa della città e ravvisa il gap fra la circolarità spaesante delle piazze e il conforto dei rettilinei; Arminio vede incisa nella nostalgia per il diradarsi delle tradizioni (la vanificazione del paesaggio) la paura di una trasformazione in atto che è stata in realtà promossa e assimilata; Rumiz ci restituisce l’agghiacciante desolazione di un paesaggio industriale ridotto a monumento del passato come terrore di uno “sviluppo” che ha perso la strada.Non sono cose da poco. I luoghi hanno bisogno di essere detti. E il luogo detto produce immediatamente “distanza”, il senso della distanza, che si è affievolito, che compare in tutta la sua degradante finzione solo nell’esotismo pubblicitario. Se è vero che il globalismo produce inevitabilmente localismo, è ben più vero che globale e locale azzerano le distanze. E senza distanza, senza profondità prospettica, la percezione dell’esistere si spegne. L’irruzione della geografia nel racconto e viceversa è certamente un segno di quel disagio, di quell’assenza di visione. In tal senso è attesa con curiosità una nuova collana di Bruno Mondadori che si chiamerà “Luoghi”. Luoghi raccontati. Luoghi che esigono distanza. Che la distanza sia direttamente proporzionale alla pazienza della parola è quasi inevitabile. E confortante.
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