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Né fretta né rumore
Antonella Cilento, L'Indice dei libri del mese, 01.05.2003
E’ raro che un luogo si offra alla riflessione in maniera così precisa e vasta e, soprattutto, che se ne possa cogliere il passaggio del tempo come in questi mesi accade per l’Irpinia: l’occasione è duplice, l’uscita a breve distanza di Dov’è Beethoven? di Carlo Montella, edito da Pironti, e di Viaggio nel cratere di Franco Arminio, pubblicato da Sironi. E’ un piccolo evento, in realtà, percepibile nella misura ridotta in cui le geografie italiane si offrono in narrativa: se la lezione di Dionisotti a qualcosa è servita, i narratori e i poeti sembrano esserne stati i recettori più diretti e prolifici. In effetti, i due autori sono quanto di più diverso e lontano si possa immaginare per esperienze ed età, e i libri ne sono diretta testimonianza. Montella, classe 1922, è stato un Premio Viareggio nel 1954 con I parenti del Sud (Einaudi, oggi anche Avagliano) e ha al suo attivo una prolifica produzione romanzesca che attraversa almeno tre decenni della nostra letteratura. Arminio è poeta e giornalista, e, come lui si definisce, “paesologo” (ma su questo tornerò), appartiene alla generazione del 1960, ha al suo attivo pubblicazioni su Il Manifesto, Diario, Il Semplice, una frequentazione amichevole e continua con Gianni Celati ed anche un’idea di scrittura celatiana ma personalissima. Tanto Montella quanto Arminio sono irpini e dell’Irpinia, in forme differenti, i loro libri trattano.
Dov’è Beethoven? parla di un’Avellino, capoluogo della provincia irpina, e di un territorio lontano nel tempo: la ruralità degli anni Trenta del Novecento ricostruita con dettaglio, ma anche l’Avellino ottocentesca, quella napoleonica, che ospitò la famiglia Hugo, di cui resta ancora traccia in una casa della cultura che era, in realtà, la villa di Victor Hugo.
Arminio esplora invece l’Irpinia di oggi, quella dei paesi, da cui la definizione “paesologo” prima citata, quella post-terremoto, un’Irpinia asciutta, di lacrime e di gente, fatta di centri minuscoli e ricostruiti, di storie minime, di luoghi, di nomi, di persone. Un’Irpinia così concreta da diventare un sentimento del tempo e della morte.
Montella racconta da lontano la sua terra d’origine, e non solo perché il tempo è passato, ma perché tutta la sua vita, dal 1937, si è svolta in un altrove, a Pisa. Arminio sceglie di restare nella sua terra, come se non potesse né scrivere né vivere se non da lì.
Del libro di Montella, che articola un’invenzione narrativa su due livelli, la storia dell’ingegner Emme rievocata dalla voce del narratore e gli ultimi giorni di vita dell’ingegnere narrati in presa diretta, colpisce soprattutto la consapevolezza storica, tutta racchiusa, come in una sintesi o in un bilancio, nelle prime pagine, dove quest’autore, considerato in una certa stagione della sua produzione un “neorealista comico”- un Brancati, per così dire - sfiora il saggio: “Don Matteo – anche don Pazzeo, come a volte lo chiamava l’ingegner Emme, con uno dei suoi giochi di parole- era il nostro padron di casa ad Avellino. Morì più che nonagenario, nel secondo lustro degli anni venti, il che vuol dire che doveva essere nato nella prima metà del secolo scorso. E dopo aver scritto “secolo scorso” mi fermo quasi attonito, e cerco di far mente locale. Vedo l’Europa della Santa Alleanza, l’Italia dei Borboni, del Papa, dei Lorena, dei Savoia, e Mazzini e Garibaldi che cominicavano appena ad agitarsi; vedo i primi navigli a vapore con le grandi ruote a pale, e i primi treni temuti e scomunicati come invenzioni demoniache… Ecco, tutto questo aveva trovato don Matteo venendo al mondo; e mi pare straordinario ch’io abbia conosciuto un uomo nato quando Napoleone e Beethoven erano morti, si può dire, qualche giorno avanti, e viveva ancora Leopardi”.
Più avanti il narratore dirà ancora di essere, come Levi Strass, un uomo dell’Ottocento, perché, in fondo, i secoli slittano e non si può dire che l’Ottocento finisca se non nei primi trent’anni del secolo seguente. Questo senso del tempo, di appartenenza a secoli differenti, a stili e interpretazioni della vita così lontani e che, tuttavia, convivono in un presente che si è intimamamente trasformato, è forse il vero tema di questo piccolo romanzo di Montella. Un senso forte, che rimanda al grande romanzo ottocentesco, per esempio nella descrizione dello sterminio dei topi che vagano nella soffitta della dimora avellinese del protagonista, che piovono uccisi dal veleno fra i bambini e le madri in abito lungo, e poi si ripopolano, invincibili. Ma, leggendo Montella, torna anche in mente una vecchia canzone di Gaber, I padri miei, dove erano descritti i padri-padri, autoritari, esito di un Ottocento prolungato, e i padri-figli, deboli, novecenteschi e incerti.
Viaggio nel cratere di Franco Arminio sceglie invece una forma anti-narrativa o meglio anti-romanzesca: è un reportage poetico (la lettera di Celati che apre il libro dichiara:”…di cosiddetti scrittori sono pieni i marciapiedi, tutti con la loro piccola finzione romanzesca dove mettono in scena il loro io. Non se ne può più!”) che rivendica una precisa esperienza. Il paesologo è un esperto di paesi, e per la precisione, di paesi irpini, “..i libri scritti sui paesi sono rarissimi, perché gli scrittori vivono in città e quelli che vivono nei paesi pensano ancora che la vita stia in città”. Arminio racconta i mutamenti vicini, talvolta li racconta così da vicino fa farceli toccare, esercita un’anatomopatologia, com’egli stesso ammette, dei paesi, di chi resta, di cosa resta. Dice, ad esempio, che per capire i paesi non si può andare in visita turistica: che da Napoli vengono tanti visitatori, l’Irpinia è vicina, nella geografia piana, non in quella del tempo o in quella del sentimento, che chiedono dove sono le castagne o decidono di farci la casa per la villeggiatura (i napoletani, che vengono da una città, Arminio cita Freud, che di giorno rumoreggia come un canile o una gabbia di scimmie) e rischiano di contribuire a trasformare la regione in un villaggio turistico, in un recidence, perché l’Irpinia somiglia già più “alla Svizzera che alla Calabria”. Così, Arminio entra nei paesi sfogliando storie e vistando tombe, le moltissime tombe, una alla volta. Con pazienza, senza fretta. Perché né la fretta né il rumore appartengono a questo libro.
E questo forse è il vero punto in comune, oltre alla collocazione dei luoghi, di Montella ed Arminio: non ci sono né fretta né rumore in Irpinia, né in quella lontana né in quella vicina, perché dal tempo contratto entrambe ci sembrano remotissime, eppure entrambe parlano di un presente assoluto dell’anima. E se Arminio sceglie di farlo attraverso le beghe politiche del post terremoto, l’elenco dei finanziamenti e gli orrori edilizi, che pure accoglie e osserva, perché nello sguardo sembra in fondo esserci un perdono, una pena profonda, non per chi fa ma per ciò che esiste, Montella sogna lucidamente l’Irpinia fascista, con il pettino che simulava la camicia nera e in cui è meglio soffiarsi il naso. Quest’Irpinia dei poveri e dei ricchi, dei morti vicini e lontani, sembra insomma un ritratto fedele dell’Italia, di un paese cresciuto in fretta, che, in una vertigine compresa fra due libri, ascolta Beethoven e Chopin, cammina nella neve e in quelle stesse strade ascolta la voce di Maria De Filippi e edifica Food Market. Scrive Arminio:“…il mio paese in un sabato d’aprile del 1850 era più o meno lo stesso che si poteva vedere un secolo dopo o un secolo prima. I rapporti tra uomini e donne, tra cafoni e galantuomini erano simili. Il dato comune era una specie di postmedioevo che si è cominciato a sfilacciare solo alla fine degli anni cinquanta. Questo sfilacciamento è diventato dopo il terremoto dell’ottanta una vera e propeia faglia che ha portato il mio e gli altri paesi irpini dalla civiltà contadina all’attuale situazione che si può definire di modernità incivile. Ci fu un soffio geotermico. Poi la lunga stagione degli architetti, dei geometri, degli ingegneri.(…) Dall’anima fredda delle loro matite si è materializzata l’Irpinia che vediamo adesso.”
O forse, viene spontaneo chiosare, tutta la nostra nazione?
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