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Un thriller glocale
Tiziana Agostini, Il giornale di Vicenza, 22.05.2003
Dal Nord-est delle piacevoli sorprese arriva la piacevole sorpresa di Tullio Avoledo, un esordiente quarantenne di Pordenone che con il suo “L’elenco telefonico di Atlantide” (Sironi editore) è diventato subito un caso editoriale.
In una nazione di narratori anoressici, qual è quella italiana, che a stento arrivano oltre le centocinquanta pagine, prendere in mano un corposo romanzone di oltre cinquecento pagine fa sempre una certa impressione, naturalmente positiva. Se poi una casa editrice, pur di collocarlo adeguatamente, apre una nuova collana, questo ci stupisce ancora di più. Ma a tutto questo va aggiunto che l’autore del librone in questione è un esordiente, noto ai più, fino a poche settimane fa, come responsabile dell’ufficio legale di una banca del mitico Nord-est. E dal Nord-est delle piacevoli sorprese arriva appunto la piacevole sorpresa di Tullio Avoledo, che con il suo L’elenco telefonico di Atlantide (Sironi editore) è diventato un caso editoriale. Partiamo dunque dalla storia raccontata. Si tratta di una vicenda che possiamo definire con un aggettivo che sta entrando nel linguaggio corrente, glocale, per il suo mettere insieme la descrizione della tranquilla vita di provincia con gli intrecci, economici e non solo, planetari, che sempre più toccano la gente comune. Il protagonista, infatti, Giulio Rovedo, dipendente della Cassa di credito cooperativo del Tagliamento e del Piave, nel cui ufficio legalelavora, si vede improvvisamente vittima della riorganizzazione produttiva efficientista del grande colosso finanziario che ha acquisito la sua banca di provincia. Artefice del riassetto è un capo cinico e risoluto, lo spietato Amon Gottman, che incarna, più che la figura di un direttore generale, quella di spirito nazista dalle oscure mire e dagli oscuri disegni. Il povero protagonista della storia, personaggio interessante nella sua caratterizzazione, che intreccia la furbizia all’ingenuità, la pigrizia alla serietà professionale, il dongiovannismo all’attaccamento alla famiglia, si trova insomma al centro di una vicenda di potere e di poteri magico-misterici più grande di lui. Dalla ricerca dell’Arca della Santa Alleanza alle presenze inquietanti delle divinità resuscitate dell’antico Egitto, leggendo il romanzo viviamo un thriller archeologico ipermoderno, dove il recupero dei reperti del passato si intreccia con la ricerca del dominio delle menti attraverso l’elettronica, per far sopravvivere l’intelligenza umana. Il tutto passando per le cene con gli amici, vecchi compagni di avventure, le inesorabili liti condominiali di un edificio di cui non si comprende la vera natura, il jogging per mantenersi in forma e interessanti esteticament, l’affetto per il proprio bambino e l’attaccamento alla tranquilla vita di provincia. Insomma una macchina narrativa complessa e ben congegnata è quella che ha costruito Tullio Avoledo, che si regge anche in forza della facilità della scrittura, che scorre senza inciampi a mostrarci situazioni che continuamente evolvono e che ci tengono inchiodati al libro dalla prima all’ultima pagina, per una lettura di intelligente intrattenimento. Stupisce, appunto, che l’autore non sia nato negli Stati Uniti o in Sud Africa, non sia dunque uno dei soliti mostri sacri stranieri, che scrivono a peso e in staff, ma un quarantenne di Pordenone.
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