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Paesologia dell'Irpinia
Giancarlo Susanna, RaiLibro, 15.07.2003
RaiLibro
Con il suo "Viaggio nel cratere", Franco Arminio ci accompagna in un viaggio attraverso l'Irpinia dimenticata, quella dei paesi.
Chi considera una condanna la vita in una grande città sa bene che basta uscirne e percorrere pochi chilometri per trovare un'altra Italia. Quella dei mille campanili, delle mille torri, delle mille stradine strette e silenziose. "Viaggio nel cratere è l'ennesima guida per le gite domenicali, con tanto di indicazioni culinarie e richiami alla storia dell'arte", penserete voi. Niente di tutto questo. Quello che Arminio ci chiama a fare con lui - sguardo e sensibilità di un poeta - è un viaggio in Irpinia, una regione che viene ricordata più che altro per il terremoto del 1980. Se ne parla e se ne scrive poco, come se la vita "importante", quella "che conta", si svolgesse soltanto nelle metropoli sovraffollate. "Ci sono i paesi, ma ci sono pochi libri che li descrivono", scrive Arminio nella sua Introduzione alla paesologia, "Ci sono esperti di armi e di coralli, di vermi e di stelle. Io sono esperto di paesi, quelli irpini, per la precisione. (...) Io credo di occuparmi di una nuova disciplina; la paesologia. Mi permetto, dunque, di attribuirmi il titolo di paesologo. Il paesologo non è l'erudito locale che sa tutti i nomi dei signori che hanno dominato un paese o conosce tutti i proverbi. E' uno che studia il funzionamento di quei particolari organismi che sono i paesi. (...) Fate come me, andate nei paesi, ma non per la gita della domenica. Andate a studiarli così come sono adesso. (...) Il paesologo non ha interessi particolari, l'intero paese è l'oggetto del suo interesse: un albero davanti a una chiesa, una fontana, una macchina parcheggiata, una bambina che attraversa la strada, tutto questo può essere materiale inutile o prezioso". E ancora, nelle Postille di paesologia: "Si pensa che i luoghi classici dei mutamenti siano le città, mentre i paesi hanno un metabolismo assai lento. L'idea che il paese sia una retrovia in cui tutto è un po' fisso, immutabile, non è però più vera. Il mio paese (Bisaccia, N.d.r.) in un sabato d'aprile del 1850 era più o meno lo stesso che si poteva vedere un secolo dopo o un secolo prima. (... ) Il dato comune era una specie di postmedioevo che si è cominciato a sfilacciare solo alla fine degli anni Cinquanta". Arminio è un poeta, dicevamo. C'è nella sua scrittura piana e profonda, una sottile, ma non per questo meno forte e meno evidente, resistenza alla "modernità", qualcosa che ci fa pensare a Pasolini e al suo amore per l'Italia dei paesi. L'Irpinia ha conosciuto un repentino e doloroso accelerarsi del mutamento architettonico e urbanistico dopo il terremoto, quando architetti, geometri e ingegneri hanno cominciato a salire "le scale dei Comuni con mani basse e intente a raccogliere la moneta vagante dei contributi. Dall'anima fredda delle loro matite si è materializzata l'Irpinia che vediamo adesso". Ma il resto d'Italia non ha resistito meglio allo scempio della speculazione. Meno invasivo, forse, e meno concentrato in un arco di tempo circoscritto, ma altrettanto devastante e distruttivo. Quello che più ci colpisce e ci piace di questo libro è il suo volersi collocare in un'area diversa da quella tecnica e teorica degli esperti, il suo ambizioso ma concreto tentativo di fondare una nuova disciplina. E' un libro, questo di Arminio, che ci fa sperare in un futuro in cui la conoscenza delle proprie radici sia lo strumento migliore per pensare e costruire un futuro che non nasca solo dal profitto e dal prevalere di pochi su molti.
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