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Bildungsroman molisano
Andrea Cortellessa, Alias, supplemento al Manifesto, 17.05.2003
“La strada è lunga e fa caldo. Le case sono finite. Ora comincia la terra. L'asfalto si interrompe di colpo e, dopo una specie di gradino, la strada si restringe e prosegue, tutta buchi, tra alti ciuffi di erbaccia”. Profondo sud, estate profonda, profondissimi anni settanta. Pare emergere da depositi ctoni immemorabili, la prima prova narrativa di un giovane e polimorfo poeta saggista e traduttore come Nicola Gardini (Così ti ricordi di me, Sironi). È dalla prospettiva “aliena” di un bambino di sette anni che per la prima volta vede il luogo dell'origine, Ponte Nero in Molise - lasciato alla famiglia avita, per un'estate interminabile, dalla madre emigrata negli Usa -, che viene percepita una vicenda quasi bituminosa di solitudine vergogna e paura. Coinvolti vi sono non solo Oreste, il bambino, ma anche l'adolescente cugina Meri (che sta voracemente scoprendo la propria sessuailità), la zia recriminante, la nonna proverbiosa, tutto un corteo di nerovestite, jettatorie, presenze femminili. Sino a una svolta quasi melò, che non prelude però ad alcuno scioglimento, a nessuna cadenza liberatoria. La scoperta del sesso da parte di un prepubere sul quale si focalizza la narrazione non può non far pensare all’archetipo del moraviano Agostino (radice non dichiarata di tanta narrativa “inqiuieta” d’oggidì). Ma qui il percorso di fomrazione dell’identità è bloccato dall’incertezza sessuale del protagonista. Eloquenti le scene di travestismo cui s’abbandona Oreste, complici il contrastato modello offerto dalla cugina e soprattutto quello mediatico dei fotoromanzi e di Mina che canta in tivù L’importante è finire. Ma parlano ancora più chiaro i simboli ricorrenti di un passaggio interdetto (la stessa canzone-lietmotif finisce per assumere i toni dell’invocazione inesaudita – mentre la vicenda si svolge in una località-ponte): le case non finite - ancor oggi così tipiche del paesaggio meridionale -, o la strada interrotta che conduce al cimitero. Proprio il vuoto della morte è legato, per Oreste, all'idea della cristaillizazione, della definitività (“Essere morto significa essere immobile”). L'attrazione per il non-essere, l’invisibilità, la sparizione, proietta Oreste - a dispetto dell'apparenza naturalistica dello scenario e dell'abbassamento di tenore letterario della prosa - in una dimensione metafisica e metaforica che non sorprende nel poeta, la cui ultima raccolta (Edizioni Atelier, 2002) s’intitola Nind: in molisano, appunto, “niente”. È un fatto che la scena vividamente illuminata non esaudisca la narrazione, incorniciata da due corsivi nei quali Oreste figura di nuovo negli Usa o, ancora più allusivamente, nel non-luogo dell'aereo diretto in America. Qui gli viene in mente che “il vuoto è una specie di casa. Te ne accorgi all'improvviso, quando smetti di averne paura e capisci che non c’è mai stato altro posto al mondo. Il vuoto è un'origine”. Detto nella lingua di Nind: “I' n' teng nind/ e ssu nind m' parèss tutt còs, / tutt l' cos bbèll d'llu munn, / bell p'cche' i' n' ll' tèng / e nnisciun’ po' sapè / quanda ghe' bbèll nu nind”.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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