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Il realismo magico di Gradini tra Mina e l'850
Fulvio Abbate, L'Unità, 19.05.2003
In questa nostra storia c’è innanzitutto Oreste, e il suo sguardo da ragazzino. II piccolo Oreste, lì lì in procinto di scoprire la vita, meglio, di raggiungere definitivamente l'adolescenza, di imparare - così sia - il dolore, la meraviglia, lo sgomento, il sesso ci sono davvero tutte queste cose, e forse anche dell'altro - una metafisica del clima, una cosmogonia del Sud, probabilmente - nel libro d'esordio di Nicola Gardini, autentico “romanzo di formazione” che, nonostante l'apparente inizio facile facile, placido, magari perfino bloccato sotto il peso di una diligente realistica ricostruzione dell’età paradigmatica della crescita, in realtà dopo nemmeno due capitoli, prende il volo mostrando d'essere invece ben caratterizzato da una propria cifra stilistica e narrativa che nulla a che vedere - grazie al cielo - con certa giovane pallosa narrativa “meridionale” che contempla l'assoluto dell'appartenenza - il mare, il cielo, il porto, la spiaggia - senza mai pervenire al proprio oggetto al proprio progetto espressivo, al veleno.
I luoghi, innanzitutto. Ma anche il contesto culturale, Un Sud ideale, dicevamo, eppure leggibilissimo. E poi sempre lui, il figlio, il “piccolo” Oreste, e poi Rosaria, la madre, e ancora una sorta di presepe familiare mostrato nell'atto di abbandonare la propria età dell'oro, anzi, un’Italia che Pasolini direbbe ancora “delle lucciole”, pronta a raggiungere invece il tempo della moda, gli anni delle Fiat 850, gli anni in cui Mina, lì a Milleluci, in televisione, cantava L'importante è finire. Il racconto di una innocenza che perde il proprio contorno inoffensivo, ecco cos’è il romanzo di Gardini.
Oreste vive negli Stati Uniti, e dunque il suo soggiorno a Ponte Nero (il nome del paese è quasi un indizio) serve al protagonista innanzitutto come viaggio iniziatico. Fino al cuore della propria identità, fino a scoprire sia “la tragedia dell'infanzia” sia i segreti di un'apparente calma interiore. Il trentottenne Gardini ha fatto di Mina una sorta di sacerdotessa dell’esistenza stessa di Oreste, e dunque del libro intero, è una Mina divinizzata che “ha un vestito bianco, lungo fino ai piedi, e un grande fiore di stoffa tra spalla e collo. Muove la bocca in cento modi diversi”. Ma desidera anche far rivivere la memoria dei fotoromanzi degli anni Settanta, evocati quasi ad accompagnare un’iniziazione alla violenza: “La gallina non fa un verso, il sangue sta colando scuro e denso sulle pagine lucide di un fotoromanzo. Franco Gasparri e Katjuscia si abbracciano sotto quella pioggia di sangue”. E ancora: c'è l'alter-ego di Oreste: “Se ne sta lì, per metà disteso sotto la 850, con le braccia allargate e gli occhi aperti, come Biancaneve dopo che ha morso la mela, a guardare il cielo....”. Ci sono poi anche i morti, sembra quasi che stiano lì, ancora fra i vivi, quasi a ricattare, e qui il racconto di Gardini fa venire in mente anche certe pagine della letteratura latino-americana, che so, Juan Rulfo o lo stesso Marquez. Certo, non c'è l'esplosione surreale, ma anche a una lettura veloce nessuno potrà negare che, sia pure nella scelta di un registro “piano”, l'intera storia vive immersa nell'acido apparentemente innocuo del realismo magico.
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