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CULTURA · CRONACA DI UN BEST SELLER ANNUNCIATO
AVETE LETTO FALETTI? BENE, ORA LEGGETE AVOLEDO

Sono italiani, ma scrivono all’americana. Dopo “Io uccido”, ecco un altro caso editoriale: un romanzo che mischia il nazismo e le religioni dell’antico Egitto. L’autore ha 45 anni, vive a Pordenone, lavora in banca, è sposato, ha due figli, ed è amico di penna di gente come Bellow e Le Carré.

di ANTONIO D’ORRICO
Foto di FULVIA FARASSINO


Arriva in redazione una lettera di Giulio Mozzi. “Gentile ecc. ecc., ho qui davanti il Sette con la faccia di Giorgio Faletti e il titolo: “Non ci crederete, ma oggi quest’uomo è il più grande scrittore italiano”. Si sa, la stampa esagera, ma la settimana scorsa ho saltato di dormire una notte perché dovevo arrivare in fondo a Io uccido”. La lettera continua: “Mi permetto dunque di mandarle in questo pacchetto un pre-print di L’elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo. Non voglio insinuare che Tullio Avoledo sia uno scrittore più grande o grande come Giorgio Faletti. Non mi permetterei mai, io che guardavo Drive In solo per vedere Faletti. Ma penso che sia un libro che potrebbe piacerle”. La lettera prosegue fornendo una serie di informazioni: L’elenco telefonico di Atlantide uscirà presso l’editore Sironi il 17 gennaio in una collana curata personalmente da Mozzi, il quale, dopo avermi assicurato che a leggere Avoledo si è divertito come un bambino alle giostre e ha pensato che potrebbe essere un best seller, conclude così: “Se troverà il tempo di dare un’occhiata all’Elenco, ne sarò assai lieto”. Ho saltato una notte anche io per leggere L’elenco telefonico di Atlantide (bel titolo). Il protagonista si chiama Giulio Rovedo, vive in Friuli, è sposato e ha un figlio piccolo. Sta passando un brutto momento Rovedo, che ha precedenti di alcolismo. La piccola banca in cui lavora come legale è stata assorbita da una potente multinazionale e sono cominciati i guai. I nuovi padroni sono duri, sprezzanti, organizzati in maniera fanatica. Hanno qualcosa di gelido e sfuggente, come i marziani camuffati da umani dei film di fantascienza degli Anni Quaranta. Rovedo rischia il posto ed è vittima di episodi di mobbing. Inoltre il nuovo capo del personale, una giovane donna un po’ brevilinea ma di grande intraprendenza sessuale, se lo porta a letto con modi autoritari sconvolgendolo ulteriormente e mettendo in crisi il suo matrimonio.
Nel frattempo, grazie a una serie di strani incontri (con un appassionato di libri antichi, conosciuto in treno, che sembra sapere molte cose; con un hacker che ricatta la banca via internet), Rovedo comincia a mettere assieme le tessere di un complicato mosaico dove si ritrovano gli dei dell’antico Egitto, la fascinazione del nazismo, il mito dell’arca perduta, la ricerca del Graal, teorie gnostiche e farneticazioni
di universi paralleli dove si scopre che la seconda guerra mondiale è sempre stata vinta da Hitler che ha perso solo nel nostro mondo e nella nostra versione della storia. A tutto questo (ed è un romanzo parallelo che si incrocia alla fine con quello che abbiamo appena riassunto), si aggiungono le singolari vicende che ruotano attorno al condominio Nobile, l’edificio dove Rovedo possiede un secondo appartamento e dove si rifugia quando la moglie lo scaccia da casa. Nei lugubri ed enormi sotterranei del condominio si scopre l’esistenza di una fonte d’acqua miracolosa che attira masse di pellegrini, assessori leghisti in cerca di radici mitologiche celtiche, inquilini meridionali decisi a speculare sul prodigio a cinquemila lire la bottiglia, televisioni locali e nazionali assetate di scoop. La fonte non è che l’ultima bizzarria del condominio che è abitato da una fauna variopinta nella quale spicca la tragica figura del sedicente architetto Fabrici, orfano di genitori morti in un incidente della strada che accadde lo stesso giorno in cui l’uomo sbarcò sulla Luna. L’architetto Fabrici (il titolo professionale è usurpato) è un uomo dalla acrobatica omosessualità, perdutamente alcolizzato, pervicacemente autolesionista, malato di Aids, disturbatore della pubblica quiete odiato dai suoi coinquilini e, mortalmente, da Rovedo in particolare.

Come tutta questa congerie di fatti, di personaggi, di mitologie scadute, di inquietanti persistenze (il culto di ritorno del nazismo), riesca a fondersi in un romanzo avvincente è cosa che desta stupore e ammirazione. Soprattutto se si pensa che Tullio Avoledo è un autore al suo primo libro (ma ne ha già pronti altri due, di taglio e di stile assolutamente diversi, e sta già lavorando a un quarto). Ma chi è Tullio Avoledo? La voce al telefono è ferma e cortese. La conversazione educatamente brillante. Avoledo ha 45 anni, è sposato e ha due figli, una appena nata, la moglie fino all’adolescenza ha vissuto a Parigi, nei pressi della Bastiglia. Adesso vivono a Pordenone dove Avoledo lavora in banca (ufficio legale). Ma nega di essere come Rovedo, il protagonista del suo romanzo: “Rovedo è un tipo sgradevole, un po’ razzista. Una persona negativa, un classico eroe dei nostri tempi, che sono tempi di cattiveria”.
A parlarci, sembra che Avoledo non si renda conto di avere scritto un romanzo straordinario. È pacato, misurato, quasi distaccato. Sarà che ha origini tedesche. “Mia nonna materna era tedesca, di famiglia protestante. Fra i rami del suo albero genealogico c’è Johann Philipp Kimberger, allievo di Bach e musicista alla corte di Federico il Grande. Mia nonna è
morta prima della mia nascita. I suoi ricordi della Germania di Weimar e di un’infanzia privilegiata bruscamente ridimensionata dalla Grande Depressione sono quindi passati in me attraverso i racconti di mia madre. Non per questo sono meno vivi”. E la Germania si sente nell’Elenco telefonico di Atlantide. Le ombre del nazismo, dei suoi gerarchi, della sua mistica, si allungano fastidiosamente attraverso le pagine del romanzo fino a noi e mettono a disagio. Perché L’elenco è un libro divertente come una giostra (ha ragione Mozzi), ma è anche una lugubre sirena d’allarme. “C’è una fascinazione del nazismo, abbastanza ambigua e che trovo molto pericolosa. L’altro giorno ho ricevuto per posta elettronica (internet ha spesso contenuti spaventosi) l’offerta di un sito di militaria, dove si proponeva a prezzo scontato un cappottone in similpelle della Gestapo. Ci sono gruppi di persone che ricombattono la seconda guerra mondiale allo scopo di far trionfare le armate hitleriane. A questi argomenti sono particolarmente sensibile. Mia nonna era tedesca, ripeto, e mia madre, tocca dirlo, durante la guerra faceva l’interprete per i tedeschi”. È questa l’altra faccia dell’Elenco telefonico di Atlantide, un romanzo in molte pagine addirittura comico, ed è una faccia che fa paura. Avoledo ha una passione unica. Corrisponde da anni con i più grandi scrittori della Terra. “Nel 1998 concepii la folle idea di scrivere una lettera a tutti gli autori anglosassoni che mi avevano colpito. Erano parecchi e già trovarne gli indirizzi fu un’impresa notevole”. A rispondergli, oltre a Bellow, Le Carré, Amis, Updike, Irving, Heller, ci fu anche sir Arthur C. Clarke, il maestro di 2001: Odissea nello spazio. A Clarke, Avoledo ha chiesto lumi sulla possibilità di replicare la coscienza umana su un supporto informatico e lo scrittore inglese lo ha messo sulle tracce di Soul Catcher 2025, un segretissimo progetto di British Telecom che è poi diventato il nucleo di Atlantide. “Accadde in uno scambio di lettere sul tema della sopravvivenza della mente umana dopo la morte, che è in definitiva, come si scopre negli ultimi due capitoli, il tema centrale del romanzo, oltre che il suo primo motore”. Nel libro, infatti, si parla della “possibilità di impiantare nel corpo umano un microchip in grado di immagazzinare tutti i dati sensoriali di una persona: in pratica tutto quello che uno vede, sente o prova. Una specie di scatola nera della personalità. Poi questi dati potrebbero essere scaricati e visualizzati da altri”. Nel 2025, secondo British Telecom, il progetto dovrebbe essere operativo. In quell’anno potremmo disporre dell’anima su microchip. Avoledo scrive perché si diverte a farlo. Ha mezzi narrativi più che considerevoli. E credo che Giulio Mozzi abbia ragione: è un grande.

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