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Atmosfere perdute di un impero che fu
Duccio Colombo, Il Manifesto, 22.11.2012
La quotidianità dell'Urss rivive, senza orrori a buon mercato o facili nostalgie, nel recente «Vita privata degli oggetti sovietici» di Gian Piero Piretto. Climi che si ritrovano, in chiave esotica, nel romanzo-biografia «Limonov» del francese Emmanuel Carrère.

C'era questo paese, l'Unione Sovietica: un luogo terribile, infestato dall'oscura presenza della polizia segreta, dove pochi avevano il coraggio di avventurarsi. Un paese che è poi andato in mille pezzi, ma il luogo è ancora spaventoso, infestato dalla povertà e da una criminalità onnipresente. Serena Vitale ha ottenuto un invidiabile successo editoriale raccontando le sue avventure nel primo di questi luoghi oscuri; Nicolai Lilin, con le sue avventure nel secondo, si è proprio arricchito.

Tortuose evoluzioni Emmanuel Carrère tenta ora la fortuna in questi territori con la biografia romanzata di un personaggio che ha attraversato la storia dell'Unione Sovietica e della nuova Russia seguendo un percorso singolare e contraddittorio, Eduard Limonov (Limonov, Adelphi, pp. 360, euro 19). Una figura davvero peculiare, per molti versi unica: figlio di un ufficiale del Kgb, giovane teppista a Rostov sul Don, poeta underground nella Mosca degli anni brezneviani, emigra a New York, dove pubblica un romanzo scandaloso sulla sua vita bohémienne. Una traduzione letterale del titolo russo sarebbe Sono io, Edicka, ma in Italia il romanzo è uscito col titolo della versione francese, Il poeta russo preferisce i grandi negri: del repertorio fanno parte anche esperienze omosessuali; Limonov si trasferisce poi a Parigi, ma, insoddisfatto del destino di scrittore minore che gli si apre davanti, si butta (sempre dalla parte meno raccomandabile) nel vortice delle guerre che sconvolgono l'Europa orientale dopo il crollo dell'impero comunista: Bosnia, Krajna, Transnistria, per poi stabilirsi definitivamente in Russia, dove fonda il partito nazionalbolscevico, che raccoglie giovanotti dall'attitudine punk su posizioni chiaramente fascisteggianti. Da allora partecipa, con evoluzioni tortuose, ai vari movimenti di opposizione a Eltsin prima e a Putin poi, entra ed esce di galera, e documenta il tutto nei suoi libri.

Carrère ha a disposizione una storia affascinante, e la racconta con piglio sicuro. Il suo è prima di tutto un tentativo di capire Limonov: cosa ci fa alla commemorazione dei morti al teatro alla Dubrovka, tra i sodali di Anna Politkovskaja, uno che vanta la sua amicizia con il comandante Arkan? Un tentativo onesto, che non sfugge alla tentazione dello psicologismo: «Bisogna dare atto di una cosa, a questo fascista: gli piacciono e gli sono sempre piaciuti soltanto quelli che sono in posizione di inferiorità. I magri contro i grassi, i poveri contro i ricchi, le carogne dichiarate, che sono rare, contro le legioni di virtuosi, e il suo percorso, per quanto ondivago possa sembrare, ha una sua coerenza, perché Eduard si è schierato sempre, senza eccezioni, dalla loro parte».

L'interpretazione finisce però per tornare alle origini del personaggio (un padre nel Kgb, una famiglia non toccata dalle purghe portano a ricordare, dell'esperienza sovietica, soprattutto i lati positivi) e al disperato bisogno di avere un seguito, di essere un leader. E, se pure ammette che Limonov sembra sempre «recitare la parte di se stesso», trascura quella che ci sembra essere l'ipotesi più probabile per spiegare il suo percorso, la motivazione estetica, il fascino per l'estetizzazione della politica che diventa un prolungamento dell'esperienza letteraria: basti confrontare la descrizione quasi estatica del funerale di un ufficiale sovietico che conclude il libro citato da Carrère come L'epoca gloriosa (una traduzione corretta dovrebbe essere almeno Abbiamo avuto un'epoca gloriosa), purtroppo mai tradotto in italiano, con quella, dal tono analogo, di una dimostrazione nazionalbolscevica nel Libro dell'acqua. Il termine di paragone più
frequente per lo scrittore Limonov, nel libro di Carrère, è Henry Miller: sarebbe forse più corretto richiamarsi a D'Annunzio - un D'Annunzio, però, dal talento decisamente superiore. Che Carrère trascuri questo aspetto non sorprende affatto, dato che il Limonov che gli interessa è meno che mai lo scrittore. Bizzarro, visto che più della metà del suo testo non è altro che una silloge dei libri di Limonov, che scrive quasi sempre in prima persona e quasi solo della propria vita avventurosa. Dove Carrère racconta del bohémien newyorkese che, a Central Park, estrae il quaderno e «comincia a scrivere, appoggiato su un gomito, tutto quello che ho appena raccontato», proviamo il brivido di una doppia mise en abyme, assistiamo alla scrittura del libro da cui è stato tratto il libro che stiamo leggendo. La stessa svalutazione dell'attività letteraria di cui si diceva sopra può risalire alle posizioni recenti dello scrittore, che ha ripetuto spesso che continua a pubblicare libri solo per finanziare quello che realmente gli interessa, l'attività politica (mentre l'ipotesi opposta, che l'attività politica serva da serbatoio di storie per i libri, non è affatto da trascurare). Non fosse per la stima cui Carrère ha diritto per la sua carriera letteraria, si potrebbe perfino ipotizzare che questo libro, che ha avuto in occidente molto più successo e molte più traduzioni dei libri di Limonov, successo ampiamente propagandato sul sito di quest'ultimo, non sia altro che un'operazione machiavellicamente preparata da Limonov stesso.
La domanda che resta aperta è: perché Adelphi pubblica il (bel) libro di Carrère quando non si sognerebbe mai di pubblicare i libri (splendidi) di Limonov? Certo, Carrère, con i suoi commenti scettici, che una prefazione o una postfazione potrebbero tranquillamente contenere (e che il suo eroe, a cui non fa difetto l'utoironia, avrebbe senz'altro potuto scriversi da sé), fa da filtro a Limonov, toglie la parola a questo personaggio poco raccomandabile. Ma forse pesa di più nelle scelte editoriali il fatto che Carrère spiega cos'è il samiulat e chi sono i «ladri in legge» (l'aristocrazia criminale), chi è Putin e chi era Arkan, indossa insomma ii caschetto di sughero da scout e mostra al lettore occidentale questa bestia feroce, accompagnandolo per mano in questo mondo esotico. L'esotismo, sovietico e post, paga ancora. Posto che il libro di Carrère è un buon libro (e che il merito ne va, comunque, anche all'autore e non solo al personaggio), esiste una strada diversa per raccontare questo strano mondo? Si potrebbe intanto, visto che ne stiamo parlando, pubblicare Limonov (il che non significa, ovviamente, un'adesione alle sue posizioni politiche).

Quello che è successo all'impero sovietico è stato raccontato in modo del tutto diverso, per esempio, dal compianto Petr Vajl`, un altro russo emigrato a New York che ha rifatto il cammino all`indietro, nel suo Karta rodiny («La carta del mio paese», ironica ripresa del titolo di un famoso testo stalinista), un libro che ha già qualche anno e purtroppo non è stato tradotto, Vajl`
non è mai tornato definitivamente, ma ha visitato l'ex Unione in lungo e in largo, da giornalista o per i motivi più vari. Testi scritti in diverse occasioni sono raggruppati lungo un percorso geografico e intellettuale che portano a costituire un tutto unico; non mancano i grandi temi (un reportage sulla prima guerra cecena, una visita alle isole Solovki, sede del primo grande lager sovietico) ma predominano i luoghi minori, sperduti, quasi improbabili. Le osservazioni sono mischiate ai riferimenti che vengono da una cultura vastissima ma utilizzata con familiarità, e predomina la ricerca di un senso alla storia personale, familiare, del paese: «È strano: sono nato e cresciuto in una periferia della grande potenza, una periferia tanto civilizzata che il centro la invidiava; ho studiato nella capitale, da cui veniva mio padre; mia madre arrivava da un angolo sperduto ed esotico. Appartenevo insieme alla nazione dominante e a una contraddittoria minoranza. Dovrebbero esserci abbastanza punti di vista da ricostruire il disegno dell'impero. Ma per questo abitante di Riga che ha studiato a Mosca, figlio di una russa che viene dai Molokani rifugiati in Turkmenia e di un ebreo moscovita, il concetto rimane nel campo della speculazione».

Un approccio ancora diverso alla questione si trova nella Vita privata degli oggetti sovietici (Sironi, pp. 208, euro 19,80) di Gian Piero Piretto. Le librerie italiane non hanno uno scaffale per
gli studi culturali, e ci si può imbattere nel paradosso (autentico) di trovarlo collocato nella sezione design: questo libro è però qualcosa d'altro. Piretto, che lavora da anni sulla realtà sovietica con i metodi dei cultural studies (ricordiamo almeno Il radioso avvenire: mitologie culturali sovietiche, Einaudi 2001) affronta questa volta la cultura materiale attraverso le storie di
venticinque oggetti emblematici. Di nuovo, ci sono lo sputnik e la mummia di Lenin, ma tra le scelte spiccano piuttosto il samovar, il profumo «Mosca rossa», il bicchiere sfaccettato (il cui design è attribuito, da una leggenda mai confermata, a Vera Muchina, la cultrice del celeberrimo gruppo L'operaio e la colcosiana), la carta igienica, le galosce o lo scarafa 9 n. Il profumo «si può incondizionatamente considerare la colonna olfattiva dell'era sovietica: troppo persistente, addirittura leggermente nauseabondo per le narici occidentali, a maggior ragione quando si combinava, magari su un sovraffollato mezzo di trasporto pubblico, ad altre zaffate intensamente sovietiche quali alito alla cipolla, sudore di lavoratore d'assalto o naftalina di cappotto». La carta igienica «rientrava tra i prodotti deficitari, quelli che non era facile né scontato trovare sul mercato (...) Una leggenda metropolitana voleva che le vendite di quotidiani fossero incrementate proprio per supplire alle carenze di cui sopra». Ma il confronto tra il degrado dei gabinetti pubblici e l'immacolata pulizia di quelli nelle case private obbliga a spostare il discorso «sul problema del rapporto tra pubblico e privato, sulla dicotomia tra ciò che rientra nella sfera del `personale`, `di proprietà`, pure in un Paese dove i principi del socialismo stigmatizzavano il possesso particolare a favore del collettivo e della cosa pubblica». La questione diventa, insomma, «un caso dove l'ideologia ha mostrato i suoi lati più deboli». Ognuno dei venticinque
oggetti, insomma, è al centro di una rete di rimandi che vanno dalle condizioni materiali alla storia all'ideologia passando per il campo della cultura in senso stretto; gli oggetti hanno una loro realtà concreta, ma il loro elenco è anche lo spunto per ricostruire l'immagine di una civiltà. Un'operazione di questo genere corre il rischio di quello che i tedeschi chiamano Ostalgie, nostalgia per un mondo perduto, un rischio qui evitato grazie alla consapevolezza teorica. Alcuni degli oggetti citati sono già oggetto di collezionismo, mentre in diversi paesi dell'ex impero esistono musei del passato comunista, basati su concezioni di cui il libro fornisce una lucida lettura critica; buona parte di loro sono già passati al vaglio della rilettura di artisti contemporanei (le installazioni di Illa Kabakov, le poesie di Timur Kibirov) che ne hanno reinterpretato il significato storico come quello affettivo, e dí cui il lavoro di Piretto rende conto. Anche la nostalgia, insomma, è oggetto di un'analisi oggettivante.

L'origine della ricerca è accademica, e il risultato non smentisce le premesse. La levità del tono, però, la brevità delle schede e la ricchezza di immagini (immagini che contribuiscono al discorso complessivo allo stesso livello del testo) lo rendono una lettura decisamente godibile. Le storie dei venticinque oggetti sono frutto di un lavoro di ricerca puntuale (storia, significato culturale, uso) ma anche di ricordi personali dell'autore, che ha frequentato il paesea lungo e con uno spirito ben diverso da quello dell'esploratore bianco. Il risultato è una ricostruzione dell'atmosfera irripetibile della quotidianità sovietica, così nota a chi ha fatto in tempo a viverla e così difficile da rendere a parole. Una ricostruzione dell'esperienza sovietica, vista (anche) dall'esterno, che evita così le suggestioni dell'esotico e quelle dell'orrore a buon mercato. 

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