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Resistere in nome di Dio
Massimo Onofri, Diario, 17.10.2003
Diario.it
L'Italia democratica in un grande romanzo
Diciamolo: è davvero bello il titolo di questo libro di Luisito Bianchi (un sacerdote nato nel 1927 in provincia di Cremona, cappellano presso l'abbazia benedettina di Viboldone), La messa dell'uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza , suggerito, a quanto pare, dall'italianista Marzio Pieri, al posto dell'originario Resistenza. Così come pare interessante la vicenda che l'ha visto approdare nella collana «indicativo presente» dell'editore Sironi diretta da Giulio Mozzi: scritto infatti negli anni Settanta, il libro, una volta sottoposto a profonda revisione dall'autore, viene stampato in forma autofinanziata dagli amici e presto esaurito, pe rincontrare, due anni dopo, quando viene riproposto col medesimo sistema, stessa sorte, finché non giunge, appunto, tra le mani di Paola Borgonovo, che di Sironi è caporedattrice. Siamo nella pianura padana: dve Franco – che all'inizio e alla fine del romanzo narra in prima persona, dissolvendosi nella terza per un lunghissimo intermezzo – è tornato a casa dei genitori dopo aver lasciato, da novizio, il monastero. 15 settembre 1940: è la prima data che incontriamo. A monte di eventi che incroceranno l'8 settembre 1943, per arrivare sino alla commemorazione dei martiri, al «primo anniversario della liberazione, con la cerimonia per l'intitolazione della via principale a Rondine, e della piazza al professore».
Dirò subito che non è semplice parlare di questo romanzo foltissimo, con le sue quasi novecento pagine: un libro monstrum, di anacronistico statuto, e di difficilissima collocazione nel quadro delle nostre lettere coeve, del tipo di quelli che devono piacere molto al giovane editore milanese, il quale ha già provato a promuovere un libro singolare e misterioso come Il suicidio di Angela B., di Umberto Casadei, che, però con quello di Bianchi, ha in comune solo la mole ponderosa (quasi ottocento pagine). Dicevo che non è facile parlarne, almeno per un motivo: che si lascia apprezzare soprattutto per certe sue qualità e extraletterarie. Intanto, e non è poco, quale documento di un cattolicesimo popolare, ma minoritario, decisivo solo in certi momenti d'epopea del nostro Paese, come appunto la Resistenza: un cattolicesimo la cui limpidissima vena, rorida da Manzoni a Silone, s'è andata via via esaurendo nella storia nazionale più recente, se inquinata da certi torbidi che hanno trovato più vera rappresentazione, dentro vicende molto meno popolari, in certe pagine di Sciascia, magari quello di Todo modo. Poi, e di nuovo non è poco, per riconsacrare nella memoria – non solo a livello di documento, ma sul piano più vero del dolore e della speranza che, allora, furono di molti – certi fatti e valori che oggi si tende a obnubilare in nome di un revisionismo che, in realtà, coincide con il più spudorato indifferentismo morale: in linea, del resto, con la qualità letteraria tiepida e mediocre dei tempi.
Ma torniamo alla letteratura: per dire che i nomi di Manzoni o Rigoni Stern, generosamente avanzati dall'editore in una lettera circolare, sono lontani. Meglio, allora, ricordare Bacchelli: per il giro largo della pagina, e per ciò che, lentamente, vi mulina. Ma, a parte gli inutili nomi, quello di Bianchi sembra il tentativo di una specie di realismo ontologico, là dove per realtà bisogna intendere tutto quello che la «Parola», dentro di sé, ingloba e nobilita. Nel segno di una «misericordia del raccontare». Ecco: «Che la Parola mi faccia almeno la grazia di qualche armonico alle mie incrinate parole a memoria dei morti. Per i meriti di tanto sangue gratuitamente versato». A dominare, infatti, pur tra tanta tragedia, è sempre il positivo: troppo lontano dalla stagione presente e viva, ora che il silenzio di Dio è davvero assordante.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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