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Porto di mare
Giorni fa tornavo da Bari in treno. Ok, le ragazzine che parlano al cellulare col nipote Manuel e poi si fanno passare la mamma ordinandole di preparare, per il loro arrivo, 1) un bagno caldissimo, 2) le crépes con la besciamella (dieta mediterranea), 3) gli stivali con il tacco alto che ho visto la settimana scorsa da Spadafora, dài dài mammina ché adesso sono in saldo, me li scappi a comprare, tanto tu hai il mio stesso numero di piede, no? Ok, le ragazzine di venti-venticinque anni sono un altro universo, mi dico, che io non conosco e che non voglio giudicare, ché se dovessi giudicarle con i parametri miei da ghibellino manicheo, mi passerebbe anche quella incantata ammirazione (eufemismi proteggetemi sempre) per questi sederi perfetti, per questi nasini alla francese, per questi assoluti pezzi di gnocca che sono un po’ tutte.
E poi, invece, le trentenni, e in qualche misura anche i trentenni. Che pure parlano al cellulare. Che discutono di congressi che le loro società stanno organizzando, di fatturati, di business-plan, di implementazione di un servizio, di viaggi da immediatamente intraprendere per Bruxelles «per vedere davvero le cose come stanno». E quell’altra che ho trovato trafelata sotto casa, la quale – vestita da agente assicurativa londinese, borsa di cuoio The Bridge in una mano, palmtop in un’altra – stava intervistando le vecchiette intorno alla cubatura degli immobili di quel vicoletto del centro (provocando il batticuore alle piarelle di sotto casa mia, le quali si sentono costantemente perseguitate da emissari del Fisco). La marescialla di fronte, in ciabatte e sciallino di lana verde bottiglia, vedendomi arrivare mi è corsa avanti, e mi ha ingiunto di concentrarmi per capire di preciso cosa volesse l’affascinante manager, indi mandarla a cacare il più tosto possibile. Così io mi son fatto avanti – era una ragazza veramente carina, se è questo che volete sapere, pure se a me i pellicciotti ecologici turchesi non mi fanno impazzire – e ho chiesto alla tipa quale fosse la questione. Quella mi ha risposto con quel suo gergo che le veniva naturale, da un momento all’altro mi aspettavo che la conversazione sarebbe proceduta in inglese, e insomma mi ha spiegato che lavora per una grossa Agenzia immobiliare che ha aperto in franchising anche qui in città, e che stanno mappando il territorio per avere un quadro delle case del centro le quali, nel giro di un decennio, saranno libere per via della dipartita delle vecchiette mie vicine. E infatti, dopo un po’ di giorni, portando a spasso il cane Camillo per le viuzze del centro, ho trovato la casbah completamente tappezzata del cartello col logo dell’Agenzia. C’era scritto, per lo più, vendesi nuda proprietà, che è un tipo di vendita che mi fa venire sempre un brivido sinistro. I giovani della New Economy in un posto sperduto della frontiera dell’Impero Occidentale. Col loro accento un po’ milanese, coi loro cognomi candidamente salentini. Con le loro mappature del territorio. Questi miei coetanei che, mentre io ciondolo con la sigaretta fra le labbra, loro stanno nei loro studi a rendicontare, a esternalizzare, a redigere progetti, e quando hanno finito entrano nella Yaris e se ne vanno in palestra a rassodare il culo per il match sessuale del sabato.
Cosa non mi torna? Cosa non me li fa sublimare in figure astratte, eventualmente letterarie? Perché, con tutto che mi fanno una tenerezza pazzesca, non riesco a trovarne il lato romantico, oppure quello comico o patetico o avventuroso? È che abitano lo stesso pianeta mentale dei loro Padri, ecco cos’è, è che non c’è gap, non c’è più la salutare uccisione di quei padri, di quei modelli. È che stanno aspettando il Posto Pubblico, e magari neppure lo sanno, di quest’attesa, ché, ho detto, i genitori lavorano dietro alle quinte e mai sovraccaricherebbero i loro amati di un lavoro sporco come quello d’andare a farsi raccomandare. È che, del “Continente”, hanno imparato procedure e regole di correttezza, che se permettete è concetto ben lontano dall’Etica. I loro comportamenti sono buoni e giusti a seconda se rispondono o meno a determinate norme procedurali che portano marchiate a fuoco nella mente. Pagare una donna di servizio tremila e trecento lire all’ora risponde alla procedura anche se al Nord la si pagava dodicimila (era una procedura diversa, ma corretta, era la procedura del libero atteggiarsi del mercato nelle diverse regioni di uno Stato). Mettere una divisa aziendale risponde alla procedura, andare in palestra risponde alla procedura, stilare una relazione da spedire via e-mail alla Casa Madre è proceduralmente corretto, ricevere sul pc la comunicazione che l’ufficio del personale della Società è riuscito a fare fuori tre unità lavorative nello stabilimento senza che i sindacati muovessero un dito: è una procedura esatta (e proprio “esatto” è diventato ormai sinonimo di “sì” in larghi strati della gioventù leccese: «Sei poi andato al cinema?». «Esatto!»). Non chiedetegli se è anche giusto. Non sanno che farsene della morale. La società salentina è passata direttamente dal patriarcato contadino al regno postmoderno della Tecnica. Senza vie di mezzo. Senza passare per il Diritto – che è come dire: senza passare per le Costituzioni moderne, per l’Uguaglianza Formale, tantomeno, è evidente, per quella Sostanziale.
Il fatto che, in qualunque altro posto dell’Occidente, l’aver intrapreso una professione non equivalga a essersi assicurati il lavoro per tutta la vita; il fatto che i loro coetanei di Milano, di Madrid, di Atene, di Nantes, di Bonn saltabecchino da un contratto a tempo determinato a un altro e che con tutta probabilità quest’arte dovranno continuare a praticare per anni e anni, e non per questo, però, non maturano, non mettono su casa, non se ne vanno a vivere per gli affari loro; il fatto che quei trentenni – in Italia generalmente soprannominati “popolo della ritenuta d’acconto” – si guadagnino da vivere alternativamente e con allegria un mese nella stanza dei bottoni della Hewlett Packard e un mese nella stanza delle lavastoviglie di un Mc Donald’s; il fatto che la “mobilità” richiesta dal Mercato Globale non impedisca loro di essere davvero adulti con tutti i rischi e gli affanni e le tribolazioni che ciò comporta: non sfiora neppure il giovanotto trendy leccese. Lui sta solo mimando la vita vera, forse si potrebbe dire che i genitori gli stanno lasciando mimare la vita, giusto quell’anno o due prima di riuscirgli a trovare la collocazione nella burocrazia statale. Dopo di che, può continuare a fare il vitellone per cinque o sei anni ancora, ma che poi si sposi, per carità!, che si trovi una donzella rigorosamente pari a lui per istruzione, estrazione sociale, ambizione, e che si faccia una festa, infine, per i piccinni di quarant’anni, magari, come usa da ultimo, nella villetta di famiglia addobbata e con adeguato servizio di catering.

Livio Romano

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