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Estratto da
Dopoguerra
Martino quando poteva lo guidava lui il camion, con estro e abilità. Andava a Rovigo, a Padova; una volta, d’inverno col gelo e tutto, fino a Udine. Si alzava presto e tornava tardi, con gli occhi cerchiati, soffiandosi sulle mani, anche se adesso ormai avrebbe ben potuto starsene in ufficio, al caldo. Oddio, caldo non ce n’era poi tanto, soprattutto all’inizio. Da subito però Martino aveva cominciato a chiamarlo “il nostro ufficio”, prima ancora che il solaio fosse riparato e smettesse di pioverci dentro. Una stanza a piano terra, umida da morire, con una scrivania (la sua), un tavolino piccolo, una macchina da scrivere Olivetti, una stufa a kerosene che perdeva e tre sedie scompagnate, una delle quali coi braccioli (la sua). Riparati il tetto e la stufa era arrivato anche il telefono, e in seguito un tavolo per me; parlo del ’51 o del ’52, subito dopo l’alluvione. L’ufficio stava su un leggero rilievo; non ce ne saremmo mai resi conto se non avessimo visto l’acqua che copriva tutto il resto, e solo noi in secco. Questione di centimetri, ma c’era andata bene. Anche i macchinari non ne avevano risentito. Martino aveva insistito fin dall’inizio per metterli su delle specie di trespoli, cioè perché ce li mettessi io. Avevo dovuto costruire dei piani inclinati, procurarmi un martinetto, e intanto protestavo che era troppa fatica. Non aveva voluto sentir ragioni: “L’umido li rovina” aveva spiegato. Ci aveva preso in pieno, tanto per cambiare. Non avevamo praticamente avuto danni.

Il Po era ritornato al suo posto e noi, con un po’ di sussidi, avevamo costruito un capannone più grande, con la zincheria e tutti gli stampi più nuovi; quello vecchio l’avevamo venduto subito prima che andasse a fuoco, un colpo di fortuna a cui i carabinieri avevano creduto poco. Dalla finestra del cesso se ne vedevano ancora i ruderi. In quello nuovo ci stavano anche il camion, i fogli di lamiera divisi per spessore in grandi pile taglienti, i fasci di tondino d’acciaio; e poi c’era tutta un’ala riservata a certi armadietti di latta per gli operai, anche questi un’idea di Martino: “Servono, servono” mi aveva spiegato un giorno. Anche i lucchetti aveva voluto comprarli lui e consegnarli di persona ai dipendenti, convocandoli uno alla volta, un gesto che era sembrato eccessivamente solenne. Gli operai li ricevevano con un sorrisetto sarcastico, specie quelli che con Martino avevano fatto i partigiani. Padroni, operai; non era facile abituarsi al cambiamento. Passava il tempo, loro facevano secchie e noi incollavamo francobolli, loro si mettevano la tuta rabbrividendo e noi parlavamo in interurbana coi clienti; la guerra si allontanava. Eppure ogni tanto veniva da pensare che fra poco un regista invisibile ci avrebbe urlato stop, recita finita, e allora sarebbe tornata la normalità. Nell’attesa a loro toccava faticare e qualche volta mandar giù amaro. Ma cos’era più la normalità, mi chiedevo mentre l’argine faceva una svolta, e sotto di me comparivano le linee parallele di un campo appena arato. Cosa sarebbe stata la nostra vita adesso, senza più Martino a cavarci le castagne dal fuoco? Nel ’54, sempre in attesa della normalità, le sedie dell’ufficio erano state rimpiazzate, e avevamo organizzato una specie di sala d’aspetto, con sofà, tavolino e, sul tavolino, un nostro campionario. I clienti dovevano attendere di là almeno dieci minuti, mentre noi facevamo finta di essere impegnati. “Si fa così” aveva sentenziato Martino. Non avevo avuto obiezioni, io mi sono sempre fidato di lui. Ma anche dopo l’arrivo del sofà, quando ormai eravamo una ditta con qualche pretesa e Martino aveva già dichiarato, euforico e misterioso: “Dovremmo diventare una S.a.s.”, gli operai continuavano a venir dentro con delle scuse, i giorni che in officina faceva troppo freddo, e non si riusciva a rimandarli a lavorare. Da me in particolare non prendevano ordini per via dell’età; e avevo l’impressione che non si lavorasse mai sul serio, che ogni pattumiera prodotta fosse celebrata con una pausa di un’ora e incalcolabili chiacchiere e sigarette. Ma non doveva essere così, riflettevo mentre con un occhio tenevo la macchina in carreggiata e con l’altro esaminavo una massa scura in fondo a un campo, no, non la macchina dei carabinieri che cercavo, solo la carcassa di un trattore. Non doveva essere così perché gli affari andavano bene. In qualche misterioso modo secchie e catini venivano prodotti, in qualche modo caricati sul camion e venduti. Il magazzino si riempiva e poi si vuotava, le pile di lamiera andavano giù e poi di nuovo su come fisarmoniche, le operaie incollavano etichette col sol dell’avvenire e la scritta gialla: Metallurgica Polesana. Arrivava gente da fuori, macchine con targhe mai viste, AT, MC, rappresentanti con accenti sempre più esotici. Martino si era comprato una Gilera rossa, l’intonaco della palazzina-uffici era stato rinnovato. Non sembrava quasi vero.

Il sabato a mezzogiorno, quando suonava la sirena e io mi affacciavo cercando di cogliere il momento in cui la Milena sarebbe salita in bicicletta, scherzando ogni volta con un nuovo pretendente, Martino mi tirava per un braccio e mi portava alla scrivania. Estraeva dal cassetto una scatola da scarpe e, commentando “Guarda qua”, mi sventolava sotto il naso una manciata sempre meno striminzita di banconote. Quella era la stesura del bilancio. Poi compariva una seconda scatola, più elegante della prima, con decorazioni di alberi di Natale, in cui non avevo il permesso di mettere le mani. Metà dei soldi finiva lì, e il tutto era poi collocato in un posto che non posso rivelare; l’altra metà l’avrei portata in banca il lunedì. Se ne avevo bisogno potevo trattenerne una parte. Martino tirava fuori dalla giacca un libretto con la copertina bordò e prendeva nota. Non si è mai capito quanto fosse il mio stipendio, ma non mi ha mai detto di no. Mentre la Milena si allontanava (per un attimo mi arrivava, o credevo che mi arrivasse, la sua risata), ripiegavo e mettevo in tasca le mie banconote e mi veniva quasi da piangere, non so perché.

Ogni quindici giorni poi si facevano gli stipendi. L’operazione si svolgeva così: Martino strappava dal suo quaderno un foglio a quadretti pieno di numeri e, spuntandoli uno alla volta, trasferiva un po’ di soldi dalla scatola bella a una busta, dove io scrivevo il nome del beneficiario. Loro, gli operai, che lo sapevano, ci venivano a spiare dalla finestra, e Spartaco aveva addirittura il coraggio di bussare e far segno che ci sbrigassimo. Martino andava in bestia, gli mostrava il pugno e tirava giù le persiane. “Prima di diventare padrone non sapevo mica che la classe operaia era così stronza”, mi aveva detto una volta, al buio perché la cinghia si era spezzata e la tapparella era crollata di colpo. Non avevo capito se scherzava. Spartaco era sempre stato dei nostri, e adesso era lui quello che capiva meno di tutti quali fossero i nostri reciproci diritti e doveri. Anche lui aspettava il ritorno della normalità per dircene quattro.

Guido Barbujani

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